Zone d’ombra del testo coranico – I termini enigmatici

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A parte il vocabolario straniero, hanno posto problemi anche alcuni termini o espressioni in lingua araba. Si tratta di elementi coranici il cui significato è rimasto oscuro, non solo per gli specialisti moderni ma, prima, anche per gli stessi eruditi musulmani; i loro numerosi commenti – anche dello stesso autore – illustrano esitazioni, imbarazzo o addirittura pura e semplice ignoranza. Cito a titolo d’esempio l’espressione jizya ‘an yad (9,29), la cui analisi critica va dallo studio pioneristico di Franz Rosenthal fino al minuzioso esame recentemente condotto da Uri Rubin, resa, secondo i traduttori, con “pagano il tributo di loro  propria mano”; “pagano direttamente l’imposta di capitazione”; “pagano una capitazione con un solo gesto” ecc.

Per alcuni anni la rivista specialistica Arabica, grazie agli articoli di Claude Cahen, Michael M. Bravmann e Meir J. Kister, è stata la tribuna di dotte discussioni attorno a questa espressione, che concerne il tema capitale della relazione tra i musulmani e i popoli sottomessi.

E’ ugualmente il caso di altri termini: īlāf nel versetto 106,1, con riguardo alle regole tribali (tradotto con “unione”, “intesa”, “patto”, “raggruppamento”, ecc.), tema importante per comprendere l’ambiente culturale del tempo di Maometto;  kalāla, nel versetto 4,12 sulle regole ereditarie (“lontano parente”, “non avente diritto”, “genitori e figli diretti…”; o al-ṣamad, il nome divino menzionato nel versetto 112,2 (“l’Eterno”, “il Solo”, “l’Impenetrabile”, “Dio di Plenitudine” ecc.).

Si possono aggiungere alla lista – che peraltro non sarà ancora esaustiva – le parole hanīfsijjīlabbābīl, o ancora le misteriose lettere separate tra loro, dette anche “lettere isolate”, “le Aprenti” (al-Fawātih), che compaiono all’inizio di alcune sure.
Ciascun caso è stato studiato e discusso da numerosi specialisti. Il quesito che si pone è allora il seguente: per quali motivi gli eruditi musulmani, già in epoca molto antica, non conoscevano più il senso esatto di questi termini ed espressioni, o delle lettere separate?

Michael Cook, in The Koran: a Very Short Introduction, propone l’idea seguente: o questi materiali coranici furono resi disponibili in quanto scritture solo molti decenni dopo la scomparsa del Profeta, oppure molti dei termini presenti nel Corano, per un qualche motivo, risultavano enigmatici – o incomprensibili – già ai tempi del Profeta stesso. Altri esperti sostengono che alcuni brani o alcuni termini del Libro sacro derivano da un arabo dialettale diverso da quello della tribù meccana dei Quraysh, la tribù di Maometto. Secondo alcuni studiosi, poiché Maometto insiste di sovente sulla novità della sua religione per gli arabi, non stupirebbe che, per esprimere idee nuove, la nuova religione avesse avuto bisogno di importare un dato numero di termini tecnici e di adattarli. Per tutte queste ragioni, gli studiosi occidentali di filologia storica si sono interessati assai presto agli elementi oscuri del testo coranico; l’obiettivo era scoprire le fonti religiose e letterarie del testo sacro dei musulmani (ebraismo, cristianesimo, giudeo-cristianesimo, zoroastrismo, manicheismo…), comprendere meglio la storia della genesi e della redazione del Corano, o ancora affinare la linguistica comparata delle lingue semitiche e lo studio etimologico dei termini coranici. Questa ricerca, iniziata nel XIX secolo da studiosi quali Ignàc Goldziher, Abraham Geiger o Sigismund Fraenkel, proseguita da Alphonse Mingana, Arthur Jeffery, Lothar Kopf, Geo Widengren e altri è ancora in pieno sviluppo; ha conosciuto signiticativi progressi con ricercatori contemporanei quali Cornelis Henricus Maria Versteegh, Ramzi Baalbaki, Andrew Rippin, Martin R. Zammit ecc.

Un esempio risulta particolarmente significativo per illustrare la portata di eventuali problemi soggiacenti: il termine kawthar, nella breve sura 108 che porta lo stesso nome, è stato reso con “Kawthar” (non lo traducono Kasimirski e Bausani, ma segnalano in nota che si tratterebbe del nome di un fiume del pararadiso), “abbondanza” (Régis Blachère e Denis Masson) “affluenza” (Jaques Berques), “dono magnifico” (Hamza Boubakeur), “favori” (Pesle e Tidjani) ecc. Si trovano le medesime divergenze nelle traduzioni in altre lingue. Il resto della sura, formata da tre versetti è altretto enigmatico se non incomprensibile: «Nel nome di Dio clemente e misericordioso. In verità Noi ti abbiamo dato il Kawthar. Prega dunque il tuo Signore e offri sacrifici, poiché è chi ti odia che sarà privato di ogni progenie».
In un recente articolo monografico alquanto suggestivo, Claude Gilliot rileva le esitazioni di un importante teologo ed esegeta coranico, Māturīdī (m. 333/944), che propone quattro possibilità di significato del termine: “abbondanza”, come metafora della missione profetica di Maometto; “un fiume del paradiso” ; “qualcosa di misterioso che Dio ha offerto al Profeta e che le altre creature ignorano”; “un termine incomprensibile tratto dai libri antichi”. Prima di Māturīdī, anche un altro teologo, Abū Bakr al-Asamm (m. 201/816-817 circa), aveva ventilato l’ipotesi che “il termine provenga dalla profezia primordiale” (cioè le sacre Scritture delle religioni anteriori, in lingue diverse dall’arabo). Gilliot ritiene che questa affermazione, come la quarta ipotesi di Māturīdī, rinforzi la tesi dello studioso tedesco Christoph Luxenberg sull’identità siriaca del termine. Secondo quest’ultimo, infatti, la parola kawthar rimane incomprensibile in arabo perché si tratta di una deformazione, dovuta all’arabizzazione grafica di una liturgia cristiana siriaca, reminescenza della Prima lettera di Pietro (5,8-9), secondo un testo della Pshitta, traduzione siriaca della Bibbia. Questa liturgia sarebbe stata adottata da Maometto in lingua originale; sarebbe poi stata deformata più tardi, quando il testo venne arabizzato dalle autorità musulmane per provare l’indipendenza dell’islam dalle religioni precedenti e per rafforzare la supremazia della lingua araba.
Secondo questa tesi, il termine arabo in questione sarebbe la deformazione del termine siriaco kuttārā o kūthārā, il cui significato è “stabilità”, “persistenza”, “perseveranza”. Il testo siriaco della liturgia, che in effetti ricorda la sura coranica del kawathar, recita: «Noi ti abbiamo offerto [la virtù] della perseveranza. Prega dunque il tuo Signore e persisti [in questa preghiera], il tuo avversario [Satana] sarà sconfitto».

Senza ammettere necessariamente tutti i suddetti punti di vista, è comunque possibile misurare grazie a questo esempio l’importanza e la portata dei punti interrogativi.

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