Vietato in nome di Allah. La censura islamica verso l’Europa. Jihad e contro-jihad in Tribunale

Vietato in nome di Allah. Libri e intellettuali messi al bando nel mondo islamico
Vietato in nome di Allah. Libri e intellettuali messi al bando nel mondo islamico.
Autore: Valentina Colombo
Casa editrice: Lindau

 

Capitolo: La censura islamica verso l’Europa. Jihad e contro-jihad in Tribunale
Dal libro: Vietato in nome di Allah

Nei capitoli precedenti si sono descritti alcuni casi di censura islamica in seno al mondo islamico. Purtroppo questo tipo di imbavagliamento della classe intellettuale da parte dell’estremismo islamico sta arrivando anche in Occidente. Qui chiunque attacchi un rappresentante dell’estremismo islamico viene ormai regolarmente denunciato e condotto innanzi a un giudice.

Se uno dei vantaggi del jihad con le armi è quello di essere palese e quindi di essere facilmente riconoscibile, esiste un altro tipo di jihad ben piu subdolo, quello che si svolge nei tribunali. Chiunque, giornalista, politico o avvocato che sia, si occupi di islam rischia di venire citato in Tribunale per oltraggionei confronti di un gruppo di persone in ragione della loro religione». Uno degli ultimi esempi è stato il processo intentato nel 2006 in Francia dall’Unione delle Organizzazioni Islamiche di Francia UOIF) e dalla Grande Moschea di Parigi contro la rivista satirica «Charlie Hebdo» per avere ripubblicato le vignette danesi su Maometto poiché il numero dell’8 febbraio 2006 «si presenta come un atto deliberato di aggressione che mira a colpire i musulmani nell’attaccamento comunitario alla loro fede». Nel marzo 2008 la Corte d’Appello di Parigi ha respinto ogni capo d’accusa poiché le caricature «che si riferiscono chiaramente a una frazione e non all’insieme della comunità islamica, non costituiscono un oltraggio, né un attacco personale diretto contro un gruppo di persone in virtù della loro appartenenza religiosa e non valicano il limite ammesso della libertà di espressione».
Il Tribunale francese ha agito in maniera saggia e sensata, ma la situazione deve fare riflettere per almeno tre motivi: l’attacco non proviene da tutti musulmani, ma da sedicenti «comunità e organizzazioni islamiche che non sono per nulla rappresentative perché, come si è riscontrato anche nel mondo arabo-islamico, esiste una strategia che mira a mettere il bavaglio alla libertà d’espressione, infine a dimostrazione del fatto che l’islam ha vari volti. Purtroppo in Occidente esistono avvocati, non musulmani, conniventi dal punto vista ideologico, preposti solo a questo.
Un esempio lampante di come operi alacremente il jihad in Tribunale quanto ha denunciato Magdi Cristiano Allam in un articolo comparso sul Corriere della Sera» l’11 marzo 2008. E’ un testo lungo, ma merita di essere citato per esteso:

Venerdì 7 marzo 2008 ricevo per posta nell’ordine: 1) Richiesta risarcimento danni da parte dell’avvocato Luca Bauccio per conto di Rachid Kherigi al-Ghannouchi, con riferimento a quanto ho scritto sul suo conto nel mio ultimo libro Viva Israele. 2) Richiesta risarcimento danni da parte dell’avvocato Luca Bauccio per conto dell’UCoII (Unione delle Comunità e organizzazioni Islamiche in Italia), con riferimento al mio articolo pubblicato sul Corriere della Sera il 4 settembre 2007 dal titolo Quei predicatori d’odio contro gli apostati sono arrivati in Italia. 3) Richiesta risarcimento danni da parte dell’avv. Luca Bauccio per conto dell’UCOII con riferimento a ben 9 miei articoli pubblicati sul Corriere della Sera dal 14 settembre 2007 al 25 febbraio 2008. Nella stessa giornata mi arriva via fax una quarta comunicazione, una richiesta di pubblicazione di rettifica rivolta al Corriere», direttamente da parte del presidente dell’UICOII, Mohamed Nour Dachan, con riferimento al mio articolo del 25 febbraio 2008 dal titolo Le nozze islamiche e il rischio di copiare Brown. Sabato 8 marzo scarico dalla mia mail, una quinta comunicazione, una richiesta da parte dell’Ufficio Legale del «Corriere della Sera di una relazione circa la causa civile intentata da al-Ghannouchi per tre miei articoli pubblicati sul giornale. Mentre per posta mi arriva una sesta comunicazione, un «decreto che dispone il giudizio emesso dall’Ufficio del Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Milano, per una causa intentata da Abdellah Labdidi, imam della moschea Er Rahma di Fermo, in riferimento a un mio articolo pubblicato sul Corriere della Sera il 30 novembre 2003 dal titolo Venerdì d’odio in alcune moschee. Sempre di sabato ho sentito telefonicamente uno dei miei avvocati, Gabriele Gatti, circa un settimo caso giudiziario, una causa intentata contro di me dai responsabili della Grande Moschea di Roma per una dichiarazione resa nel corso di una puntata della trasmissione “Otto e mezzo” su la 7. Ma nella prima mattinata di lunedì 10 marzo ho ricevuto un’ottava comunicazione, una telefonata da parte di Bruno Tucci, presidente dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio, di convocazione per una denuncia inoltrata da Hamza Roberto Piccardo, ex segretario nazionale dell’UCOII, circa un mio articolo pubblicato sul Corriere della Sera il 16 gennaio 2007, con il titolo Poligamia, la moglie che accusa il capo UCOII.

Ebbene in Italia UCOII, Rached Ghannouchi, Tariq Ramadan e Yusuf Qaradawi sono tutti difesi dallo stesso studio legale che poi è lo stesso che ha difeso l’ex imam di Varese Zergout Abdelmajid dall’accusa di terrorismo.
E’ proprio per rispondere a questo attacco frontale che nel 2007 negli Stati Uniti, più precisamente a Washington, è nato il Middle East Forum Legal Project, l’istituzione americana che assiste tutti coloro che, a seguito di loro scritti o di loro affermazioni verbali, vengono denunciati e condotti in Tribunale dagli estremisti islamici, meglio noti come i «taglia lingua». Il Legal Project ha difeso la giornalista Rachel Ehrenfeld portata in un Tribunale da Khalid bin Mahfouz per avere sostenuto che costui aveva legami finanziari con al Qaeda e Hamas e condannata a un’ammenda di 30.000 sterline e a pubbliche scuse: Andrew Whitehead, responsabile del sito Anti-Cair”, portato in Tribunale dal CAIR (Consiglio per le Relazioni americano-islamiche) per avere diffuso false notizie a danno della reputazione dell’Associazione, accusa ritirata due anni dopo e tanti altri bersagli del jihad in Tribunale.
Il sito del Legal Project molto chiaro e lucido nel definire questa subdola tattica: «Siffatte cause sono spesso predatorie, avviate senza una seria aspettativa di successo, ma intraprese per causare la bancarotta, per distrarre, intimidire e demoralizzare gli accusati. Non si cerca tanto di vincere in Tribunale, quanto di portare allo sfinimento ricercatori e analisti». Vengono riportati anche dati ben precisi riguardo all’estrema attenzione rivolta dalle associazioni islamiche a questa battaglia: «Il CAIR ha annunciato nell’ottobre 2005 di avere raccolto in un mese un milione di dollari, in parte per difendere gli attacchi diffamatori ai musulmani e all’islam».
Il Legal Project nasce da un’idea dell’analista americano Daniel Pipes, egli stesso vittima della guerra santa per via legale, come reazione al preoccupante avanzare di questa tattica mirante a mettere a tacere ogni voce critica nei confronti dell’estremismo islamico. Da quel momento il Legal Project svolge un’azione a dir poco impagabile e preziosa, e soprattutto coraggiosa.
Di recente ho avuto modo di constatare in prima persona la disponibilità, l’efficienza e la professionalità del Legal Project. A seguito della denuncia sporta nei miei confronti dallo Studio Legale Bauccio per conto del tunisino Rached al-Ghannouchi, leader del movimento al Nahda ideologicamente legato ai Fratelli musulmani e di altre azioni legali avviate da esponenti dell’estremismo islamico nei confronti di altre persone di mia conoscenza, tra cui il direttore del quotidiano online «L’Occidentale Giancarlo Loquenzi, il 26 marzo scorso ho contattato Daniel Pipes per esprimergli tutta la preoccupazione per l’incedere di questa forma sottile, silenziosa, ma al tempo stesso molto pericolosa di jihad. Gli ho quindi esposto quanto stava accadendo in Italia. Ebbene nel giro di 24 ore ho ricevuto da Aaron Eitan Meyer, vice di rettore del Legal Project, la seguente e-mail:

Le scrivo in nome del Legal Project poiché siamo molto preoccupati per la causa intentata nei suoi confronti e vorremmo aiutarla in ogni modo possibile. Per quanto concerne le affermazioni di al Ghannouchi, ha forse bisogno di assistenza per il suo caso specifico, ad esempio ha bisogno di individuare un avvocato oppure necessita di un aiuto economico per affrontare le spese legali? Possiamo fare delle ricerche e inviarle del materiale utile. […]Non esiti a contattarci per qualsiasi necessita, faremo di tutto affinché né lei né l’Italia finiscano nella morsa dell’islam radicale.

A questo messaggio ha fatto seguito, nei giorni successivi, una lunga telefonata di Brooke Goldstein, l’allora direttrice del Legal Project, nel corso della quale mi ha espresso solidarietà e tutta la sua preoccupazione, ma soprattutto ha promesso il sostegno piu totale da parte dell’istituzione da lei diretta. Da quel momento non è passato giorno senza che io ricevessi materiale utile sia alla mia causa sia all’approfondimento della tematica della guerra santa legale in Occidente. Il 19 maggio 2009 il Legal Project ha organizzato a Washington una conferenza dal titolo: «Libel Lawfare: Silencing Criticism of Radical Islam». Nella locandina dell’evento veniva ribadita la mission del Legal Project:

Gli estremisti islamici si stanno attivando su due fronti al fine di sopprimere la libertà di espressione su argomenti quali l’islam, l’islam radicale, il terrorismo e il finanziamento del terrorismo: il primo quello della denuncia, il secondo quello di fare varare leggi sull’istigazione all’odio e leggi anti-diffamazione. Vittime di queste procedure legali sono analisti, politici, giornalisti, famosi e non, e persino semplici cittadini. Tutto questo ha gravi conseguenze, perché quando viene limitata la discussione sull’islam e sul terrorismo, l’islam radicale si rafforza e la civiltà occidentale viene messa a repentaglio.

Come era prevedibile, alla vigilia dell’evento di Washington non è mancata una minaccia da parte del CAIR che ha accusato gli organizzatori di «istigare all’odio contro l’islam» ovvero ne ha ribadito l’islamofobia. In un comunicato apparso sul sito dell’organizzazione islamica si denuncia il fatto che la conferenza parta da una «falsa premessa» ovvero che «i musulmani americani sono impegnati in uno sforzo concertato mirante a sopprimere la libertà di espressione sfruttando a proprio vantaggio il sistema legale americano».
Innanzitutto vale la pena ricordare due dati essenziali che riguardano il CAIR: in primo luogo appartiene al novero delle associazioni islamiche che non solo negli Stati Uniti ma anche in Europa si pongono, senza averne alcun diritto, come rappresentanti ufficiali dell’islam, nella fattispecie dell’islam americano; in secondo luogo è una di quelle associazioni oserei dire la principale associazione, che ha promosso e promuove puntualmente negli Stati Uniti il jihad in Tribunale.
Non esiste nulla di più infondato dell’affermare che il Legal Project accusi genericamente tutti i musulmani americani di complottare e agire per limitare sempre più la libertà di espressione di chi vive negli Stati Uniti. A riguardo va sottolineato e ricordato che, al pari di quanto accade in Italia e in Europa, anche in America vittime del jihad in Tribunale sono anche intellettuali, giornalisti e cittadini di fede musulmana che vengono difesi dal Legal Project al pari degli altri. Questa battaglia è una battaglia a favore di tutti, americani e non, musulmani e non, in nome della libertà di espressione che l’islam estremista e radicale vuole toglierci.
Il jihad in Tribunale è ormai dichiarato e merita un contrattacco. Ebbene in Italia qualcuno si sta muovendo e sta ottenendo anche i primi successi. Nel giugno scorso per la prima volta una corte europea ha riconosciuto che accusare una persona di apostasia, nel codice dell’estremismo islamico, equivale a una condanna a morte. L’avvocato che ha ottenuto questa prima importantissima vittoria è stata Loredana Gemelli che ha fatto si che un giudice italiano del Tribunale di Bologna riconoscesse una fatwa come penalmente rilevante in quanto considerata una minaccia. Sino a quel momento i giudici europei hanno sempre cercato di «comprendere» i musulmani nel caso di minacce e violenze in nome del multiculturalismo e del relativismo. Tutto è iniziato il giorno in cui il deputato Souad Sbai, da sempre impegnata nella difesa delle donne arabe che subiscono ogni genere di violenza e sopruso riceve la seguente e-mail:

Siete solo moutamalikim e intihazieni, usi gli immigrati per scopo di lucro.. tu Souad non sei niente… una donna che cerca di fare carriera sulle donne marocchine, non hai niente a che fare con l’islam, sai niente del fikh. Hai i capelli scoperti davanti ad Allah… la donna che non copre la testa viene moullaka per i capelli… Allah ti punirà per il male che fai alla gente. Mi rivolgo ad Allah contro di te, in modo tale che lui, Allah, ti scopra.Tu sei una donna molto cattiva… mettiti a pregare Allah… lascia il lavoro agli uomini… mi hanno parlato molto male di te, allora sei uscita allo scoperto come una «massihia».

Le accuse sono molteplici: miscredenza, ipocrisia e infine apostasia. Tutti reati puniti dall’islam radicale con la morte. Ebbene, la Sbai avendo immediatamente compreso il significato del messaggio, con molto coraggio ha sporto denuncia nei confronti del mittente. Fino a quel momento messaggi di questo tipo non erano mai stati considerati delle minacce di morte. Infatti, si tratta di quelle che l’islamologa tunisina Monjiya al-Souaihi ha definito delle «fatwe di morte in codice».

In un articolo da lei indirizzato a Rached al-Ghannouchi ha denunciato: In questo articolo desidero spiegare la verità ai miei cari lettori e agli spettatori che hanno assistito al dibattito e non certo rispondere a quei bugiardi che non meritano alcuna risposta. Non mi interessa neppure attirare l’attenzione sulle accuse rivolte alla mia persona attraverso azione di parti del mio discorso con l’intento di inviarmi una lettera minatoria criptata, un coded message che esorta a uccidere in nome del pensiero comunicando la notizia ai loro seguaci e lasciando loro la scelta dì come comportarsi. Conosciamo bene le modalità di questi estremisti che agiscono usando un linguaggio simbolico. Per questo motivo li accuso di istigare a uccidermi come hanno fatto con Nasr Hamid Abu Zayd, Said Laldial, Mona Talba, Lafif Lakhdar e tanti altri.

Per un pubblico occidentale senza una profonda conoscenza dell’islam e dell’estremismo islamico, è molto difficile comprendere che affermazioni come «tu sei una cristiana», «tu sei un copto che dice di essere musulmano», «tu non sei un vero musulmano», «tu sei un/ipocrita», «tu sei un nemico dell’Islam», non solo nel codice degli islamisti, ma anche per una persona che conosca bene il mondo islamico sono sinonimo di una «condanna a morte».

L’avvocato Gemelli ha dovuto spiegare che un messaggio ricevuto dalla Sbai rientrava nell’articolo 612 del Codice Penale che recita come segue:

Art. 612 Minaccia. Chiunque minaccia ad altri un ingiusto danno è punito, a querela della persona offesa, con la multa fino a lire centomila. Se la minaccia è grave, o è fatta in uno dei modi indicati neU’articolo 339/ la pena è della reclusione fino a un anno e si procede d’ufficio. Le pena è aumentata se la violenza o la minaccia è commessa con armi, o da persona travisata, o da più persone riunite, o con scritto anonimo o in modo simbolico(esempio frase non sai chi sono io?), o valendosi della forza intimidatrice derivante da segrete associazioni, esistenti o supposte. […] Elemento giuridico che si viola è lo stato d’animo di una persona.Art. 612-bis Atti Persecutori. Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso alle proprie abitudini di vita.

Si è dovuto spiegare che definire la Sbai una «cristiana» equivaleva a definirla apostata. Siccome la Sbai e il mittente della e-mail erano entrambi di origine marocchina e madrelingua araba è stato semplice dimostrare che la portata del messaggio era evidente a entrambi sin dall’inizio. La minaccia è ancora più chiara se si legge la Fatwa emessa dal Consiglio Europeo per la Fatwa e la Ricerca con sede a Dublino:

Giustiziare chiunque abbandoni l’islam è responsabilità dello stato ed è una decisione che possono prendere solo i governi islamici. Le organizzazioni e le strutture islamiche non possono emettere siffatte sentenze ne eseguirle. In ogni caso un numero consistente di nostri antenati concordava sul fatto che non tutti coloro che abbandonano l’islam debbano essere giustiziati, ma piuttosto coloro che lo dichiarano pubblicamente e possono causare la fitna, la sedizione, offendendo il nome di Allah, il Profeta e i musulmani.

Il fine dei fautori del jihad in Tribunale è proprio quello di intimidire e ridurre al silenzio chiunque voglia combattere l’estremismo islamico. Si tratta quindi di una censura in nome di Allah per così dire «per interposta persona». In un mondo non-islamico dove la sharia non è la fonte principale della legge, l’unico modo è aggirare l’ostacolo ovvero usare gli strumenti offerti dalle democrazie occidentali per applicare la censura islamica oppure per arrivare all’autocensura.
È questo il motivo per cui il Legai Project americano meriterebbe di essere imitato in ogni dove perché solo così l’Occidente potrà mantenere intatta la sua tanto cara libertà despressione di cui purtroppo fruiscono gli integralisti islamici nostrani.