I popoli sottomessi all’islam (XIX – XX secolo) – Testimonianze storiche

IMPERO OTTOMANO

 

Rapporti dei diplomatici britannici (1850-1876)

 

Lettera di fard Hugh H. Rose a sir Stratford Canning
Beirut, 31 ottobre 1850
Il sig. Console Werry ha già informato Vostra Eccellenza dei deplorevoli eventi di Aleppo¹, e la mole di deposizioni pervenutemi sullo stesso argomento ha contribuito a gettare una luce ancor più fosca su questi incidenti. Citerò alcuni fatti, i quali proveranno che, se non fosse stato per l’imperdonabile comportamento delle autorità civili e militari turche, la rivolta avrebbe potuto essere facilmente repressa. […] Dopo aver consentito agli insorti di commettere, durante la notte, ogni sorta di atrocità nel quartiere cristiano, al mattino Kerim Pasha fece quella che definì «una dimostrazione militare», ossia fece sfilare le sue truppe e i suoi cannoni, al suono della fanfara, attorno al quartiere dove, in pieno giorno, i rivoltosi incendiavano e saccheggiavano chiese, trucidavano esponenti del clero e laici, violentavano le donne cristiane davanti ai loro parenti più prossimi e più cari. Gli insorti avevano capito benissimo la natura di questa pusillanime parata, perché il sig. Werry ha riferito «che durante e dopo la dimostrazione le atrocità a Guedidah proseguirono». Finalmente, dopo 24 ore di violenze ininterrotte, fu inviato nel quartiere cristiano un piccolo contingente guidato da un civile, ‘Abd Allah Bey, e pochi [soldati] regolari musulmani, che ripristinarono l’ordine. Questo fatto, come ho già affermato, prova quanto sarebbe stato facile per le autorità ristabilire l’ordine fin dall’inizio. […]

Gli avvenimenti di Aleppo hanno suscitato in tutte le etnie, e a qualsiasi livello della scala sociale, un’impressione quale non avevo mai visto prima. La popolazione di Aleppo è la comunità più ricca e meglio amministrata della Siria. Che una comunità come questa, in un periodo di pace assoluta, vivendo sotto la protezione di un governo organizzato, di due pasha e di una guarnigione di truppe regolari armate, possa ritrovarsi vittima – senza la più piccola provocazione da parte sua e senza il minimo preavviso – di atrocità che ben di rado si verificano anche in una città preda di tumulti, è un fatto che, con mio grande rammarico, ha generato una reazione particolarmente ostile nei confronti del governo che se ne è reso responsabile. I cristiani di Siria, perfino quelli che sono sotto la protezione delle truppe regolari e delle autorità, tremano al pensiero di poter condividere la sorte dei loro correligionari di Aleppo. Ovviamente i timori di coloro che vivono dove non vi sono né truppe regolari, né rappresentanti governativi, sono ancora più forti².

 

Lettera del console James Finn al conte di Malmesbury, Londra
Gerusalemme, 8 novembre 1858
Continuando a riferire circa le apprensioni dei cristiani di fronte alla ripresa del fanatismo fra i musulmani, ho l’onore di informarla che mi vengono trasmessi rapporti quotidiani sugli insulti e gli atti di violenza dei quali sono vittime per le strade gli ebrei e i cristiani.
Benché generalmente insignificanti, questi fatti accadono di frequente. Le vittime, se si tratta di indigeni, hanno paura di informare le autorità turche, in quanto, malgrado il Hatt-i Humayun³, che io sappia non esiste a tutt’oggi un solo caso in cui la testimonianza di un cristiano a carico di un musulmano sia stata accolta in un tribunale distrettuale o in una corta d’assise (medjilis)⁴. Si sono avuti casi di musulmani puniti per aver offeso dei cristiani, ma solo in modo sommario e senza un processo formale, o senza che fosse stata registrata la deposizione del cristiano (si possono trovare esempi di tale giustizia nelle Mille e una notte, il che attesta che essa esisteva già prima del Hatt-i Humayun).
Ma gli stessi incresciosi eventi si verificano anche a danno di personaggi importanti. Solo pochi giorni fa Sua Beatitudine il Patriarca greco stava tornando, attraverso i vicoli, dalla Corte di Giustizia del qadi: (dove forse si era recato a far visita al nuovo qadi), preceduto dai suoi cavassi⁵ e dai suoi dragomanni, quando ha dovuto sorbirsi un fuoco di fila di maledizioni contro la sua religione, le sue preghiere, i suoi padri ecc.
E ciò [è accaduto] qui a Gerusalemme, dove sventolano le bandiere dei consoli cristiani, compresi quelli russi. Ma questo stato di cose può durare ancora a lungo?
Questo è il genere di incidente la cui funzione è rivelare gli umori dell’opinione pubblica piuttosto che portare alla punizione dei colpevoli, punizione che, peraltro, difficilmente potrebbe essere messa in atto. Ma esso non sarebbe potuto accadere all’epoca di Kiamil Pasha. nonostante egli fosse il protettore degli interessi latini⁶,
L’attuale pasha si vanta di non prestar fede troppo facilmente alle lamentele dei cristiani. Di recente, in un momento di distrazione, ha confessato al mio dragomanno che, al di là dei suoi compiti abituali, la sua vera missione non è tanto demoralizzare i cristiani quanto piuttosto ridimensionare o ridurre l’influenza europea.
Chiedo il permesso di esprimere la mia opinione su questo punto. Che tra i pochi patrioti turchi prevalga una simile aspirazione, purché resti confinata nella sfera dei sentimenti e non sfoci nell’azione, è giustificabile, ma sfortunatamente essi pensano di poter realizzare il loro obiettivo soltanto paralizzando il progresso del loro stesso popolo. Pertanto i lavori pubblici non sono solo intralciati: sono impediti d’autorità. Il benché minimo tentativo di dar voce all’ opinione pubblica attraverso la stampa viene soffocato, e siccome gli europei sono cristiani, ed essi devono essere ostacolati, l’indipendenza dell’Impero turco viene fatta consistere nell’indipendenza dell’islam⁷.

Allegato alla lettera del console James Finn al conte di Malmesbury, Londra
Gerusalemme, 8 novembre 1858
Ho l’onore di farle pervenire, allegata alla presente, una copia del mio dispaccio del 27 ultimo scorso, indirizzato a Mr. Moore, console generale di Sua Maestà [a Beirut], e di informarla di questo: premesso che nella regione di Nablus esistono molti villaggi in cui risiedono alcune famiglie cristiane, all’avvicinarsi del pasha militare Tahir; e poco prima del suo insediamento, esse sono state sottoposte a saccheggi e oltraggi da tutte le parti.
Ma i due villaggi di Zebabdeh e Likfair sono stati completamente saccheggiati: uomini e donne sono stati spogliati perfino delle camicie, e poi lasciati mezzi morti. L’aggressione è stata opera delle tribù di Tubaz e Kabatieh, da sempre particolarmente violente, e a tutt’oggi le autorità militari non hanno garantito alcuna soddisfazione o punizione. Non c’è bisogno che le dica che nulla è stato fatto nemmeno dall’autorità civile, anch’essa incarnata da un leader fazioso.
Ma all’arrivo in città di Tahir Pasha i musulmani, invece di farlo accampare nelle tende data la bella stagione, hanno preteso una casa da assegnargli come caserma, e, in assenza del sacerdote cristiano , hanno requisito la sua casa e le sue provviste di grano e olio per uso domestico in vista dell’inverno. Tuttavia esse non sono state affatto consumate dai soldati <perché ciò avrebbe dato al proprietario il diritto di chiedere un risarcimento al governo>, ma sono state mescolate in un unico sacco – frumento, lenticchie e olio – e gettate in mezzo alla strada. Mi sento sempre più autorizzato ad attribuire le sommosse scoppiate a Nablus nel 1856 a un diffuso sentimento anticristiano.
Può essere che al momento il pasha militare non sia stato ancora informato delle modalità seguite per requisire la casa del sacerdote per le sue esigenze. Ma perché lui non lo sa e io sì? Semplicemente perché io sono cristiano mentre lui non lo è: per questo loro [i cristiani di Nablus] hanno paura di dirglielo. tanto più che egli ha paura a sua volta di esercitare la benché minima repressione sugli abitanti.
In conclusione, ho l’onore di citare la frase usata continuamente dai cristiani di Palestina: essi dicono che, da quando è finita la guerra di Russia [di Crirnea], la loro condizione è divenuta di gran lunga peggiore di quanto non fosse prima, almeno a partire dal 1831⁸.

 

Lettera del console James Henry Skene a sir Henry Bulwer, Costantinopoli
Aleppo, 31 marzo 1859
[…] Ad Aleppo i sudditi cristiani del sultano vivono ancora in uno stato di terrore. È difficile spiegare questo fatto se non come un riflesso del panico dovuto a quanto hanno subito nove anni fa. Infatti ho potuto constatare che la loro condizione non è in alcun modo peggiore di quella delle popolazioni cristiane di altre città turche, dove pure tali apprensioni non esistono affatto.
Ma non è facile dimenticare eventi come quelli del 1850: le case furono saccheggiate, vi furono omicidi di personaggi eminenti e stupri sulle donne. Pertanto è legittimo attendersi che coloro che sono stati testimoni oculari di tali orrori nascondano le proprie ricchezze e impediscano ai familiari di farsi vedere in giro al di là dei confini del quartiere cristiano. Prima dell’ occupazione egiziana del 1832, essi avevano dei motivi di lamentela che al momento non possono essere invocati: non erano autorizzati a montare a cavallo in città, e neppure a passeggiare nei giardini; i ricchi mercanti erano costretti a indossare gli abiti più umili per non mettersi in evidenza, e, se contravvenivano a tale divieto, spesso erano costretti a spazzare le strade o a svolgere la mansione di facchini per dar prova della loro pazienza e obbedienza. Inoltre, un musulmano non doveva mai apostrofarli se non con espressioni piene di disprezzo. Gli egiziani invece li trattavano diversamente, e dopo la fine della loro occupazione [1840] nessun atteggiamento simile è stato mai apertamente evidenziato dalla popolazione musulmana. Tuttavia, in cuor mio credo sia cambiato poco o nulla. I cristiani dicono che non vi è stato alcun mutamento, se non a un livello alquanto superficiale, e parlano continuamente di saccheggi e massacri, come fossero imminenti, ogni volta che le festività musulmane scatenano il fanatismo. […] Vi è un’altra parte di questo distretto consolare in cui sembra che sia cambiato ben poco rispetto ai vecchi tempi, quando rapine e spargimenti di sangue seguiranno erano all’ordine del giorno in Turchia. Alludo alle montagne dell’ Ansaireh, che si estendono dalla valle dell’Oronte al monte Libano. Di recente un membro del medjlis di Tripoli. passando per un villaggio cristiano mentre inseguiva gli ansaireh in rivolta, lo ha incendiato, e quando gli abitanti hanno trasportato i loro beni mobili più pregia ti in chiesa, dove speravano che sarebbero stati rispettati, [i suoi uomini] vi hanno fatto irruzione con la forza e l’hanno saccheggiata. Questa vicenda, al pari di altre non meno abominevoli accadute nello stesso periodo, è stata sottoposta al Console Generale di Sua Maestà in Siria, in quanto gli autori dei crimini sono sotto la giurisdizione del pasha di Beirut, e pertanto sarà già stata portata all’attenzione di Vostra Eccellenza⁹. […]

 

RAPPORTO RELATIVO ALLA CONDIZIONE DEI CRISTIANI IN TURCHIA (1860)

L’11 giugno 1860 l’ambasciatore britannico a Costantinopoli, sir Henry Bulwer, inviò ai consoli regionali una circolare contenente 25 quesiti relativi alla condizione dei cristiani nell’Impero ottomano, sollecitando le loro risposte. L’inchiesta era fondata sull’impegno preso dalla Turchia (Trattato di Costantinopoli, 12 marzo 1854) a promuovere l’uguaglianza tra tutti i suoi sudditi in cambio del sostegno militare franco-inglese nella guerra di Crimea. Qui di seguito sono riportati alcuni estratti dell’inchiesta.

 

Risposte alle domande

Dal console Charles J. Calvert a sir Henry Bulwer
Salonicco, 20 luglio 1860
[…] [Domanda n. 12: i casi di oppressione nei confronti dei cristiani di Salonicco sono imputabili alle azioni del Governo o al fanatismo della popolazione?] 12. Sono attribuibili soprattutto all’ odio innato che i musulmani nutrono nei confronti dei cristiani, e se mai i funzionari della Porta agiscono contro i cristiani, essi, , in genere lo fanno perché istigati da qualche influente proprietario terriero islamico che siede nel medjlis [consiglio municipale]. Per il resto, le popolazioni musulmana e cristiana vivono in pace tra loro, non già per ragioni di affetto e di simpatia, ma perché, a causa della reciproca avversione, si evitano il più possibile l’un l’altra. Il musulmano si considera sempre superiore al cristiano, e, ogni volta che agisce con bontà nei suoi confronti, lo fa con una sorta di condiscendenza e di indulgenza che trasforma il diritto in favore¹⁰.

 

Dal console James Finn a lord John Russell
Gerusalemme, 19 luglio 1860
[…] [Domanda n. 7: la testimonianza di un cristiano è accettata nelle Corti di Giustizia? In caso contrario, indicare le occasioni in cui è stata rifiutata.]
7. Nel Mahkeme o Corte di Giustizia del qadi la testimonianza del non musulmano viene sempre respinta. Nei vari medjlis si ricorre sistematicamente a qualche sotterfugio per rifiutare di accogliere la testimonianza del non musulmano contro il musulmano, o per registrarla sotto il termine tecnico di «testimone»¹¹. Queste corti di giustizia e il pasha preferiscono condannare immediatamente un musulmano e dare ragione a un cristiano senza registrarne la deposizione, piuttosto che accettare la testimonianza di un non musulmano. Invece la testimonianza di un cristiano a carico di un ebreo o viceversa, vale a dire di un non musulmano contro un altro non musulmano, è sempre accolta. […]

 

[Domanda n. 8: nel complesso la popolazione cristiana vive meglio, è più considerata e meglio trattata di quanto non lo fosse cinque, dieci, quindici, vent’anni fa?]
La condizione dei cristiani era infima e incredibilmente degradante prima dell’occupazione egiziana [1831-1840].
Sotto il dominio egiziano i cristiani godevano di libertà e benessere maggiori rispetto al presente. Dopo la cacciata degli egiziani, si è avuta una reazione a favore dei musulmani, sebbene, fino al 1853, essa sia stata notevolmente mitigata dalla crescente influenza dei consolati e degli europei in generale.
Durante la guerra russa [guerra di Crimea] la condizione dei cristiani è migliorata, e sono stati portati alla mia attenzione diversi esempi di comportamenti arroganti dei cristiani nei confronti dei musulmani, ora che i primi potevano contare sui consolati. Dopo la guerra si è manifestata un’altra tendenza, che per molti aspetti è di segno anticristiano, e, nel caso dei governatori, antieuropeo.

 

[Domanda n. 9: attualmente esistono discriminazioni su base religiosa, e se sì, qual è la natura di tali discriminazioni?]
9. Ai cristiani non viene affidato alcun incarico di fiducia, né nel governo locale, né nelle forze armate, e nemmeno nella polizia. Sostanzialmente si può dire che essi costituiscano la classe dei governati, e i musulmani quella dei governanti. […]

 

[Domanda n. 11: i cristiani incontrano difficoltà nel costruire chiese o nell’osservare le loro pratiche religiose?]
11. Sorgono sempre delle difficoltà, finché da Costantinopoli non arriva un decreto che autorizza la costruzione di nuove chiese; ma tali decreti, quando si riesce a ottenerli, sono formulati – almeno a tutt’oggi – in termini talmente vaghi da generare inutili vessazioni e lunghi ritardi. Qui più che altrove si osserva la tendenza a creare ostacoli. Sinora non mi è giunta notizia di richieste di campanili da parte dei cristiani. Le campane sono di uso comune nelle città in cui i cristiani sono numerosi, mentre in altre non sono permesse a causa degli atteggiamenti fanatici della maggioranza degli abitanti. Il loro impiego risale però solo agli ultimi anni, fatta eccezione per il Libano, dove sono in uso da tempo.

 

[Domanda n. 12: quando si verificano casi di oppressione nei confronti dei cristiani, essi sono generalmente dovuti alle azioni del Governo o al fanatismo della popolazione?]
12. L’oppressione nei confronti dei cristiani nasce in genere dal fanatismo popolare, ma non viene né repressa, né punita dal Governo: un significativo esempio di ciò è costituito dal caso di Nablus (aprile 1856). Sempre nel 1856, si verificò un episodio simile a Gaza. Ma fin dal suo arrivo Suraya Pasha mostrò la tendenza a umiliare i cristiani, ad esempio rinchiudendo nella prigione comune il sacerdote e il diacono copti. Il fanatismo popolare non esplode mai prima che risulti evidente l’orientamento fanatico del governatore¹².

 

Dal console John Elijah Blunt a sir Henry Bulwer
Pristina, 14 luglio 1860
[…] Per molto tempo la provincia [di Uscup]¹³ è stata in balia del brigantaggio: questa piaga, alimentata da un’indomabile popolazione di montanari, eminentemente bellicosi e mercenari, è più sviluppata nelle pianure. Ma si può dire che la sua diffusione sia stata piuttosto arrestata che incoraggiata: infatti le chiese e i monasteri cristiani, le città e i loro abitanti non vengono più depredati, massacrati e bruciati dalle orde degli albanesi come accadeva abitualmente fino a dieci anni fa. Nel complesso, il sottoscritto può affermare, senza tema di smentita, che la provincia di Uscup attraversa una felice fase di transizione dal male al bene, probabilmente lenta nella sua attuazione, ma, proprio per questo, non meno sicura nei suoi effetti. […]
1. Essi [i cristiani] non sono autorizzati a portare armi. Questo fatto, considerata l’assenza di una polizia efficiente, li espone maggiormente agli assalti dei briganti. […]

[…] [Domanda n. 7: la testimonianza di un cristiano è accettata nelle Corti di Giustizia? In caso contrario, indicare le occasioni in cui è stata rifiutata.]
7. La testimonianza dei cristiani nei processi tra musulmani e non musulmani non è ammessa dai tribunali locali.
Nel caso in cui ambo le parti siano non musulmane, la testimonianza cristiana è accettata.
Circa 17 mesi fa un soldato turco ha assassinato un maomettano, un uomo anziano che stava lavorando nei campi. Le uniche due persone che hanno assistito al fatto sono due cristiani: ebbene, il medjlis di Uscup non ha voluto tener conto della loro testimonianza, sebbene il sottoscritto insistesse presso il kaimakam [governatore distrettuale] perché lo facesse.
All’incirca nello stesso periodo, uno zaptieh [poliziotto] ha tentato di convertire con la forza all’islamismo una ragazza bulgara. Ma poiché ella ha dichiarato dinanzi al medjlis di Camanova¹⁴ che non avrebbe rinnegato la sua religione, lui l’ha uccisa nei pressi della residenza stessa del mudir [governatore cittadino]. La tragedia ha suscitato enorme scalpore nella provincia. I medjlis di Camanova e Prisrend¹⁵ hanno rifiutato di tenere conto della testimonianza cristiana, e sono stati compiuti sforzi di tutti i tipi per salvare lo zaptieh; ma poiché l’eco del caso era giunta a Costantinopoli, le autorità hanno avuto ordine di «accettare la testimonianza di tutti coloro che avevano assistito all’omicidio». Ciò è stato fatto, e Kiani Pasha, che proprio in quel periodo ha assunto il comando della provincia in cui poi ha operato così bene, ha fatto immediatamente decapitare lo zaptieh.
Sei mesi fa, nel distretto di Carnanova un bulgaro – senza che da parte sua vi fosse stata alcuna provocazione – è stato aggredito da due albanesi, che lo hanno ferito gravemente; nonostante l’episodio sia stato trasmesso per competenza a Prisrend, il medjlis ha rifiutato di prenderne atto in quanto la sola testimonianza prodotta era quella di un cristiano.

 

[Domanda n. 8: nel complesso la popolazione cristiana vive meglio, è più considerata e meglio trattata di quanto non lo fosse cinque, dieci, quindici, I vent’anni fa?]
8. Decisamente sì: mentre ovunque vi sono segnali che i turchi, specialmente le classi più elevate, stanno perdendo terreno sotto il profilo demografico, agricolo e commerciale, per i cristiani è il contrario. Quasi in ogni città vi sono strade, anzi, interi quartieri, che sono passati sotto il controllo dei cristiani.
L’imposta detta djeremeh, la forma di gran lunga più odiosa dell’oppressione orientale, che era rigidamente applicata fino a quindici, vent’anni fa, è stata abolita dal tanzimat.
Dieci anni fa la tortura era sistematicamente usata dalle autorità, ma [oggi] non si fa più ricorso a essa. Non era permesso costruire chiese, e, per giudicare il grado di «tolleranza» turca in quel periodo, basti pensare che bisognava strisciare sotto le porte, alte a malapena quattro piedi. Fumare e andare a cavallo alla presenza di un turco era un reato; ma anche attraversargli la strada o non alzarsi in piedi dinanzi a lui era considerato un torto. […]

 

[Domanda n. 9: attualmente esistono discriminazioni su base religiosa, e se sì, qual è la natura di tali discriminazioni?]
9. La testimonianza cristiana, come si è già dichiarato in risposta alla domanda n. 7, non è rispettata dai medjlis.
Il contegno incivile e sprezzante dei mudir e dei membri dei medjlis nei confronti dei cristiani sembra essere percepito da questi ultimi come determinato dalla differenza di religione.
I termini degradanti kaffir [infedele] e giaour [pagano], con cui i governanti si rivolgono loro, li offendono e suscitano il loro odio.

 

[Domanda n. 15: i cristiani sono ammessi nei medjlis o consigli locali? Questi consigli, in generale, sono più favorevoli al progresso e al buon governo rispetto ai funzionari della Porta, o più ostili?]
15. I cristiani sono ammessi in questi organi, ma in genere si tratta di una pura formalità. Non è loro consentito svolgere un ruolo importante negli affari pubblici, e sono trattati in modo irrispettoso. Nel complesso questi consigli sono di gran lunga più ostili alle riforme e al buon governo dei funzionari della Porta […]¹⁶.

 

Dal console James Henry Skene a sir Henry Bulwer
Aleppo, 4 agosto 1860
[…] Vaste pianure di una terra tra le più fertili giacciono incolte a causa delle incursioni dei beduini, che spingono a Ovest le popolazioni agricole per garantire il pascolo alle loro sempre più numerose greggi di pecore e mandrie di cammelli. Ho visto 25 paesi devastati da una sola incursione di shaykh Mohammed Dukhy con 2000 cavalieri banu sachar. Ho visitato un fertile distretto che vent’anni fa ospitava 100 villaggi, e non vi ho trovato che pochi fellah residui, destinati ben presto a seguire i compagni sulle colline che si ergono lungo la costa. Ho esplorato città nel deserto con strade ben pavimentate, case ancora provviste di tetti e porte di pietra che ruotavano sui cardini, pronte per essere occupate eppure del tutto disabitate; quanto alle migliaia di acri di buona terra coltivabile che le circondavano, con tracce di condutture idriche per l’irrigazione, ora non producono che magri pascoli per le pecore e i cammelli dei beduini. Quest’invasione del deserto a danno delle pianure coltivate cominciò ottant’anni fa, quando le tribù anezi migrarono dall’ Asia centrale in cerca di pascoli più vasti, invadendo la Siria. Oggi esso ha raggiunto il mare in due punti: presso Acri [Palestina] e tra Latakia e Tripoli [Libano].
Tuttavia, non sempre gli arabi portano via agli abitanti dei villaggi tutte le loro provviste, ma spesso si accontentano di un’offerta conciliatoria in denaro e granaglie. […]
L’insicurezza per la propria vita e i propri beni causata dall’insubordinazione delle tribù nomadi è un male gravissimo; le autorità turche potrebbero fare molto per porvi rimedio¹⁷.

 

Dal console supplente James Zohrab a sir Henry Bulwer
Bosna Serai [Sarajevo], 22 luglio 1860
[…] L’odio dei cristiani nei confronti dei musulmani bosniaci è intenso. Infatti, per un periodo di circa 300 anni, essi sono stati sottoposti a un’immensa oppressione e crudeltà. Per loro non esisteva altra legge che il capriccio dei loro padroni¹⁸.

 

CORRISPONDENZA RELATIVA AI DISORDINI IN ERZEGOVINA E IN MONTENEGRO
(1861-1862)

Nella primavera del 1861 il sultano, tramite un proclama ufficiale¹⁹ , promulgò una serie di riforme in Erzegovina, promettendo tra l’altro ai cristiani la libertà di edificare chiese e usare le campane, e la possibilità di acquistare proprietà fondiarie (Cfr. FO 424/26, n. 320, allegato 2, in n. 167, Ali Pasha to the Representatives of Austria, Trance, Great Britain, Prussia and Russia, 1 maggio 1861).

 

Dal console William R. Holmes a sir Henry Bulwer
Bosna-Serai [Sarajevo], 21 maggio 1861
[…] Riguardo alle concessioni contenute nel Proclama, desidero sottolineare che qui – e, per quanto mi è dato credere, anche in Erzegovina – le più importanti, se non tutte, sono da tempo in vigore solo nominalmente, ma non sono mai applicate nei fatti, come sanno molto bene gli insorti. Ad esempio, la promessa di autorizzare la costruzione di chiese fatta anche agli altri sudditi cristiani della Porta qui sembra ingannevole, se si pensa che una delle comunità cristiane – quella greco-ortodossa – ha raccolto denaro per edificare una chiesa, ma ciò le viene impedito con il futile pretesto della vicinanza a una moschea, moschea che si trova a più di 150 metri dal sito proposto per la chiesa, ed è a malapena visibile da esso. È ampiamente noto che il pregevole accordo stipulato qualche tempo fa tra i contadini e i proprietari terrieri, in seguito all’invio di una delegazione ad hoc dalla Bosnia a Costantinopoli, è rimasto lettera morta. Ancor oggi ogni possibile ostacolo viene frapposto all’acquisto di terra da parte dei cristiani, e non è un segreto che molto spesso, dopo che erano finalmente riusciti a comprare e valorizzare un terreno, esso è stato loro tolto per questo o quell’ingiusto pretesto²⁰.

 

CORRISPONDENZA RELATIVA A PRESUNTI CASI DI PERSECUZIONE RELIGIOSA IN TURCHlA (1873-1875)

Da sir Henry Elliot al conte Granville
Therapia [Tarabya]²¹, 10 ottobre 1873
[…] Quasi tutti i consoli di Sua Maestà concordano nel riferire che l’uguaglianza teorica tra musulmani e cristiani di fronte alla legge, che non è mai pienamente esistita in pratica, nella maggior parte delle province è oggi più illusoria di quanto non fosse qualche anno fa, e che è necessario che il Governo [turco] dimostri di essere fermamente intenzionato ad applicarla²².

 

Memorandum del console generale e giudice sir Philip Francis al conte di Derby sulle nuove riforme giudiziarie contemplate dal recente firmano del sultano
Costantinopoli, 5 gennaio 1876

[…] Sembra che uno degli obiettivi – di per sé del tutto rispettabile – del nuovo firmano [allude all’irade²³ del 2 ottobre e al firmano del 12 dicembre 1875] sia far sì che le testimonianze rese dai cristiani o dai non musulmani al cospetto dei tribunali del paese siano accettate. Tale risultato è stato ottenuto indirettamente, ossia non decretando che d’ora in poi i testimoni cristiani saranno ascoltati dinanzi alla sharia <cioè ai tribunali religiosi>, ma ordinando che i processi tra musulmani e non musulmani siano trasferiti ai tribunali detti nizamiye [tribunali secolari], dove non sorgerà alcuna obiezione di natura religiosa all’accettazione delle testimonianze dei cristiani.
Purtroppo, però, i naib dovranno essere eletti presidenti di tutte le Corti d’Appello locali, ed è lecito chiedersi se alla testimonianza dei cristiani così ammessa potrà essere attribuito molto peso da presidenti che, data la loro profonda fede nel Corano e la loro educazione religiosa, certamente continueranno a considerarla del tutto priva di valore come hanno fatto in passato²⁴.

 

LA QUESTIONE ARMENA

impero ottomano minoranze testimonianze
Un funzionario ottomano schernisce dei bambini armeni affamati mostrando loro del cibo. La fotografia è datata 1915.

Due testimonianze oculari sulla vicenda armena durante la prima guerra

Palestina, 1915

Estratto dal rapporto in francese Pro Armenia (Athlit, 22 novembre 1915) di Absalom Feinberg²⁵ per il tenente C.Z. Wooley, ufficiale navale britannico a Port Said (Egitto)
[…] Sulle nostre strade [in Palestina] si scorgono lunghe teorie di uomini, giovani e meno giovani, impegnati nei lavori forzati. Di tanto in tanto, uno di quelli più malconci viene caricato sulle spalle da un compagno di sventura servizievole; talora se ne vede qualcuno disteso a terra, che presto avrà finito di soffrire.
Ma non è tutto: questi disgraziati sono costretti a procedere lungo la linea [ferroviaria] del Hijaz²⁶. Vecchi, vecchie, bambini. Talvolta viene loro concesso di accamparsi. Non un tozzo di pane, non uno straccio per coprirsi, non un pezzo di stoffa da mettere sulla testa per ripararsi dal sole o dal freddo, non uno strumento di lavoro. Eppure, di tanto in tanto questi infelici hanno il coraggio di chiedere: «Ci fermiamo qui finalmente?». E la risposta è invariabilmente la stessa: «Non si sa!». Così, alle altre torture si aggiunge la peggiore: la tortura dell’incertezza. In molti luoghi è proibito fare l’elemosina a questi sventurati.
Ma non è ancora tutto: lo sa che cosa ne hanno fatto delle bambine e delle ragazze?! Sì, lei che conosce l’islam, appena ha letto la mia domanda, lo avrà indovinato. Tuttavia ciò non mi impedirà di dirglielo: LE HANNO VENDUTE! Sì, sì, vendute tutte le femmine dai sette, otto anni in su. Non costavano molto. Benché, in questo paese di morti di fame, sia difficile nutrire perfino le bestie, si sono trovati dei «credenti» disposti a sborsare da cinque a cento franchi per un pezzo di carne bianca. E non si consoli pensando che quelle che le racconto siano tutte chiacchiere! Sarebbe una vana consolazione! Si tratta di cose viste, certificate, dimostrate, ufficiali! Bambine piccolissime strappate alle madri, giovani spose tolte ai mariti, fanciulle kaffir [«miscredenti»] divenute schiave della dissolutezza dei «credenti»! Figlie di una razza di martiri, una razza che si dice sia fisicamente bella, e che è innegabilmente dotata di una superiore finezza d’ingegno. […]
Quanto a me, non ho neanche più gli occhi per piangere ²⁷. A chi toccherà ora?! Perché sono venuto nel mio paese, nella più santa delle terre, lungo la via di Gerusalemme, e mi sono chiesto se fossimo nel 1915 o ai tempi di Tito o di Nabucodonosor. Perché io, un ebreo, ho dimenticato di essere ebreo – un «privilegio» molto difficile da dimenticare! – e mi sono chiesto se avessi il diritto di piangere unicamente per l’afflizione del mio popolo, e se Geremia [8,21] non avesse versato le sue lacrime di sangue anche per gli armeni!
E infine perché – dal momento che i cristiani, alcuni dei quali talora pretendono di avere il monopolio delle opere d’Amore, di Carità e di Solidarietà, tacciono – ancora una volta bisognerà trovare un figlio dell’Antica Razza che disprezza il Dolore, vince la Tortura o rinnega la Morte, che da venti secoli ci vengono «offerti» più spesso di quanto ci spetti; bisognerà che una goccia di sangue²⁸ dei Patriarchi e di Mosè, dei Maccabei dell’arida Giudea, di Gesù, colui che sogna lungo la sponda dell’azzurro lago della dolce Galilea, e di Bar Kochba; bisognerà che una goccia di sangue sfuggita agli eccidi si ribelli e dica: «Guardate, voi i cui occhi non vogliono aprirsi! Ascoltate, voi le cui orecchie si rifiutano di sentire! Cos’avete fatto dei segreti d’Amore e di Carità che vi sono stati affidati? A che cosa sono serviti i fiumi di sangue che abbiamo versato? Cosa ve ne fate nella Vita delle vostre altisonanti parole?!».
E mentre, a una notte di viaggio da qui, migliaia e migliaia di inglesi, di canadesi e di australiani – tutti volontari e tutti venuti per combattere – rimangono inattivi, un pugno di cani arabi e di iene turche si rotolano in un carnaio che essi stessi creano e alimentano. E dire che basterebbero poche fruste per spazzar via tutta questa codardia! Ahimè, la tortura di essere impotenti e disarmati.
I prodi soldati che susciterebbero un «Alleluia» di liberazione e di gioia non arrivano… Ma domani arriverà un funzionario a spiegarci che la moschea di Hasan a Giaffa è sacra e infinitamente rispettabile perché… un bandito l’ha costruita con le pietre rubate alle case, e che quel tale musulmano, il quale indossa una lafeh [veste] d’un bianco immacolato, è degno di rispetto e di onore perché tiene saldamente rinchiuse nel suo harem due donne armene comprate «a buon mercato», o, per usare le parole della Sacra Bibbia, «per un paio di scarpe». Perdoni il mio tono, caro tenente! Ma in questo paese ci sono le radici del mio passato, i miei sogni per il futuro; […]. Qui c’è tutto il mio cuore che sanguina e urla: lo perdoni.
E mentre quei maledetti tedeschi inondano l’universo con le loro menzogne stampate, con i loro tradimenti eretti a professione di fede […], voi perché tacete?! Il disdegno e il disprezzo espressi in silenzio vanno bene, ma Qoèlet non ha forse detto: «C’è un tempo per tacere e un tempo per parlare»? […] E soprattutto dato che siete persone perbene, non dovreste parlare, invece di lasciare che sia ancora un giovane ebreo ribelle a farlo²⁹?!

 

Iraq, 1915-1917

Lettere di David Sasson, preside della scuola maschile dell’Alliance Israélite Universelle a Mossul, al presidente dell’AIU a Parigi

Costantinopoli, 3 aprile 1919
[…] Nel momento in cui mi raccolgo per coordinare le idee e descriverle con una certa precisione la situazione di Mossul durante la guerra, mi sento invadere da un sentimento di malessere e di imbarazzo, perché mi rendo conto che la penna è uno strumento troppo imperfetto per rendere in modo autentico tutti gli orrori di cui sono stato testimone, tutte le immagini che ancor oggi affollano la mia mente. Quando mi ricordo, a pochi mesi di distanza, delle dolorose scene a cui abbiamo assistito; quando ripenso a quella folla di spettri smunti e scheletrici dal volto cadaverico, che si aggiravano per le strade e le campagne alla ricerca di una carogna o di un po’ d’erba per placare la fame; quando penso a quegli altri, con le membra e le guance gonfie d’aria, che, venuti a chiedere l’elemosina, si accasciavano per la fame sulla soglia di casa mia, arrivo a dubitare di me stesso. Si è trattato forse di un incubo? Quale penna, quali parole potrebbero mai descrivere l’angoscia e l’agonia di Mossul nel 1918? Quali termini potrebbero rendere lo spettacolo sinistro di quelle teste di bimbi recise dai corpi e portate in giro per la città per invitare le madri in lacrime a riconoscere i loro figli rapiti, rapiti per la strada da uomini feroci e famelici per i quali quella era l’ultima risorsa? Per quanto inverosimile questo possa sembrare, si tratta – a meno che io non stia ancora sognando – di qualcosa che ho visto, di una realtà che ho vissuto ³⁰.

Costantinopoli, 30 aprile 1919
Se il 1915 era stato testimone del massacro degli armeni, il 1916 assistette – o vendetta divina! – allo scoppio di una spaventosa epidemia. I cadaveri armeni che giacevano abbandonati in mezzo ai campi, e quelli che, stupidamente, venivano gettati nelle acque vivificanti del Tigri, nella loro fetida decomposizione esalavano germi vendicativi di malattie inesorabili, che falciarono, ahimè, un’intera popolazione innocente. Si trattava di febbre tifoide, malaria, febbre gialla e colera. L’esodo ininterrotto dei deportati e degli emigrati portò con sé il tifo esantematico, la più terribile delle calamità, che decimò la popolazione e al quale purtroppo i nostri correligionari pagarono un immenso e crudele tributo. Oh, che triste fu quell’anno la Pasqua! Essa trovò il nostro quartiere immerso nel lutto, e quasi tutte le famiglie intente a piangere sulla tomba di un defunto o al capezzale di un agonizzante³¹.

Costantinopoli, 20 luglio 1919
Finalmente, nel 1917, dopo la caduta di Baghdad, alcuni giovani cristiani si rivolsero a me per organizzare una raccolta di fondi in favore degli sventurati armeni deportati nella nostra città. Quella folla disgraziata, sfuggita quasi per miracolo ai coltelli dei boia e alle fatiche di una marcia forzata durata parecchi mesi, brulicava nelle nostre strade in preda ai morsi della fame e condannata agli orrori della più atroce persecuzione. Alcuni di loro – donne e bambini di buona famiglia, dotati di una raffinata educazione – avevano un po’ di risparmi nelle banche locali, ma un crudele decreto aveva vietato a tutti questi istituti finanziari di fare versamenti ai deportati attingendo ai fondi che custodivano per loro. Si sarebbe detto che il governo, non avendo potuto sterminarli tutti con il ferro e il fuoco, volesse eliminarli con la fame e le malattie.
Per mesi e mesi assistemmo impotenti e angosciati all’arrivo di quegli interminabili convogli di donne e bambini, emaciati, stremati, gialli in viso e in condizioni pietose, che evocavano le più atroci persecuzioni del periodo dell’Inquisizione. Arrivavano con la speranza di stabilirsi finalmente da qualche parte, felici, malgrado tutto, di essere sfuggiti alla morte fino a quel momento. I loro padri, mariti, fratelli, figli, in una parola tutti i maschi delle loro famiglie, erano stati massacrati, sgozzati sotto i loro occhi con una crudeltà atrocemente raffinata. E, sulla via dell’esilio, tutte quelle donne e bambini che non riuscivano a seguire il convoglio cadevano infilzati dalle baionette dell’orda selvaggia incaricata di scortarli. Le ragazze in buona salute venivano strappate [ai loro cari] e assoggettate ai più orribili atti di lascivia. Mai la barbarie fu esercitata con tanta crudeltà sulle donne e sui bambini.
I superstiti, vestiti di stracci, scheletrici, più morti che vivi, si trascinavano penosamente per le nostre strade. A vederli sfilare non si sarebbe potuto dire con esattezza se quei fantasmi fossero nudi o vestiti, se quelle figure spettrali fossero bestie o esseri umani.
Soltanto nella nostra città il numero di questi deportati ammontava a più di 8000, ma si dice che altrettanti, non riuscendo a seguire il convoglio, fossero stati abbattuti lungo il cammino. E in effetti le strade tutt’intorno erano cosparse di cadaveri; il Tigri riversava quotidianamente sulle sue sponde cadaveri gonfi e irriconoscibili. E, per colmo d’orrore, era vietato commuoversi o mostrare pietà verso i superstiti. Questa era un’altra condanna a morte, lenta e dolorosa, ancor più crudele dei massacri perpetrati con il ferro e con il fuoco a danno dei loro connazionali maschi o dei loro compagni di viaggio. Eppure, le autorità non pensavano che la presenza di questa schiera di sventurati, in queste orribili condizioni, potesse costituire un pericolo per la città. Volevano prendere due piccioni con una fava? Annientare la razza armena e al tempo stesso ridurre il numero degli arabi con la dissolutezza e le epidemie? La moglie di un negoziante di Kharput, una donna alta, bionda, sulla quarantina, aveva visto fucilare sotto i suoi occhi il marito, lo zio e il figlio di sedici anni. Quanto a lei, era stata condannata a lasciare lì i suoi beni mobili e immobili e a prendere la via dell’esilio insieme alle due figlie di tre e otto anni. Ma la sventurata, prima di mettersi in cammino, si era bruciata la pelle del viso e tagliata il labbro inferiore e la punta del naso. Durante il viaggio la figlia maggiore, che non riusciva a seguire il convoglio, era stata gettata in acqua.
A Mossul questa donna, dopo molteplici peripezie, poté finalmente essere accolta da una famiglia caldea che aveva intrattenuto relazioni d’affari con il marito prima della guerra. La donna parlava francese. Appresi così che si era sfigurata in quel modo per non essere costretta a fare da strumento di piacere per i suoi aguzzini. «Avrei potuto uccidermi – mi disse un giorno – ma le mie due bambine erano ancora vive e non volevo abbandonarle; poi – aggiunse – ci tengo a vedere la fine di questa guerra: voglio vedere se Dio esiste.»
Pochi giorni dopo, fu annunciata la visita del ministro della Guerra Enver Pasha. Al fine di prevenire ogni increscioso incidente, ogni gesto violento dettato dalla disperazione, i deportati furono riuniti e divisi in due gruppi: uno fu stipato in uno spazio chiuso e l’altro obbligato a partire per Dayr al-Zur, Questa sventurata andò con l’ultimo gruppo. Più tardi appresi che era morta lungo il cammino. Povera donna! Il suo cuore straziato non aveva avuto la gioia di scoprire che Dio esiste e che la sua giustizia, che ella aveva invocato e che desiderava tanto vedere, si era finalmente manifestata.
Comunque sia, tentammo di organizzare una piccola sottoscrizione in favore di questi infelici. Ma la polizia, avendo avuto sentore della cosa, si mise alle nostre calcagna e arrestò me e un certo numero di altri, dopodiché procedette a una perquisizione in casa mia. Non essendo riuscita a trovare nulla di sospetto, e in seguito a ripetuti interventi di amici influenti, mi rilasciò dopo una detenzione di dieci ore e con la raccomandazione formale di non immischiarmi più in questioni del genere³².

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¹ Ad Aleppo era scoppiata una sommossa causata dalla coscrizione, dalI’introduzione di un’imposta (il ferde) e dai nuovi diritti accordati ai cristiani.
² Lettera di lord Hugh H. Rose, console di Beirut, a sir Stratford Canning, ambasciatore a Costantinopoli, FO 78/836, n. 47.
³ Si tratta del firmano emanato il 18 febbraio 1856, all’indomani della guerra di Crimea, nell’ambito delle riforme del tanzimat, che teoricamente estendeva i pieni diritti civili ai popoli non musulmani dell’Impero ottomano. Cfr. supra, cap. 10.
⁴ Qui «corte d’assise», ma più avanti (cfr. Lettera di sir James Henry Skene a sir Henry Bulwer, e passim) il termine è usato nel significato di «consiglio municipale» [N.d.T.].
⁵ I cavassi erano le guardie del corpo dei notabili, i dragomanni i loro interpreti [N.d.T.].
⁶ Kibrisli Mehmed Kiamil Pasha (1833-1913) era uno statista turco che ricoprì numerosi incarichi diplomatici nell’Impero ottomano tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, e fu quattro volte gran visir. Grazie alla sua piena padronanza della lingua inglese e alla sua ammirazione per la Gran Bretagna, coltivò sempre una politica dichiaratamente anglofila. Ciò lo portò a difendere gli interessi della Chiesa cattolica (ossia latina, piuttosto che di quella greca o armena) in Turchia, il che spiega l’affermazione di sir James Finn [N.d.T.].
⁷ Lettera di sir Jarnes Finn, console britannico a Gerusalemme, al conte di Malmesbury, ministro degli Affari Esteri, Londra, PP 1860 [2734] 69, n. 67, estratto, pp. 500-501.
⁸ Ivi, n. 68, p. 501.
⁹ Lettera di sir Jarnes H. Skene, console britannico ad Aleppo, a sir Henry Bulwer, ambasciatore a Costantinopoli, FO 78/1452, n. 11, estratto.
¹⁰ Lettera di sir Charles J. Calvert, console britannico a Salonicco, a sir Henry Bulwer, ambasciatore a Costantinopoli, FO 424/21, n. 26, allegato 2 al n. 2, estratto, p. 14.
¹¹ Ossia registrandone la testimonianza senza specificarne lo status etnico-religioso di non musulmano [N.d.T.].
¹² Lettera di sir Jarnes Finn, console britannico a Gerusalemme, a lord John Russell, primo ministro, Londra, FO 424/21, n. 21, allegato al n. 5, 17 luglio 1860, estratti, p. 34.
¹³ Uscup è l’odierna Skopje, nell’attuale [Kosovo] Repubblica di Macedonia.
¹⁴ Kumanovo, località presso Skopje, nell’attuale [Kosovo] Repubblica di Macedonia.
¹⁵ L’odierna Prizren, in Kosovo.
¹⁶ Letteradi sir John Elijah Blunt, console britannico a Pristina, a sir Henry Bulwer, ambasciatore a Costantinopoli, FO 424/21, n. 470, allegato al n. 7, estratti, pp. 43-44.
¹⁷ Lettera di sir James Henry Skene, console britannico ad Aleppo, a sir Henry Bulwer, ambasciatore a Costantinopoli, FO 424/21, n. 47, allegato al n. 9, estratto, pp. 58 e 61.
¹⁸ Lettera di sir James Zohrab, console supplente di Bosna Serai [Sarajevo], a sir Henry Bulwer, ambasciatore a Costantinopoli, FO 424/21, n. 41, allegato 1 in n. 10, estratto, p. 65.
¹⁹ Il testo originale inglese ha «announced in a Proclarnation», e infatti il termine ritorna all’inizio della lettera [N.d.T.].
²⁰ Lettera di sir William R. Holmes, console di Bosna-Serai [Sarajevo] a sir Henry Bulwer, ambasciatore a Costantinopoli, FO 424/26, n. 71, in n. 177, estratto, p. 111.
²¹ Uno dei tanti villaggi situati sulla riva europea del Bosforo, nel distretto di Sariyer, il più settentrionale di Istanbul [N.d.T.].
²² Lettera di sir Henry George Elliot, ambasciatore britannico a Costantinopoli, al conte di Granville, ministro degli Affari Esteri, FO 424/34, n. 361, in n. 6, estratto, p. 7.
²³ Decreto scritto emanato da un sultano ottomano (dall’arabo irada, «volontà, ordine») http://www.1911encyclopedia.org/Firman [N.d.T.].
²⁴ Memorandum di sir Philip Francis, console generale a Costantinopoli, al conte di Derby, primo ministro, FO 424/40, n. 27, allegato, in n. 136, estratto, pp. 78-79.
²⁵ Absalom Feinberg (1889-1917), nato a Gederah (Israele), agronomo e cofondatore con Aharon Aaronsohn del Nili, il servizio segreto ebreo palestinese che collaborò con l’intelligence britannica durante la prima guerra mondiale. Fu assassinato dai beduini presso Gaza mentre si stava recando in Egitto nel gennaio del 1917.
²⁶ Linea ferroviaria che andava da Damasco a Medina passando attraverso il Hijaz, con una diramazione verso Haifa, sul mar Mediterraneo. Faceva parte del sistema ferroviario dell’Impero ottomano e fu costruita essenzialmente per ampliare la linea preesistente, che andava da Istanbul a Damasco, portandola fino alla città santa di La Mecca (anche se poi riuscì ad arrivare soltanto fino a Medina, a causa dell’interruzione dei lavori dovuta allo scoppio della prima guerra mondiale). Essa doveva altresì favorire l’integrazione politica ed economica delle province arabe più lontane dell’Impero ottomano, e facilitare il trasporto di truppe in caso di guerra [N.d.T.].
²⁷ L’originale ha «neanche i denti per digrignare», che non ha un corrispettivo preciso in italiano [N.d.T.].
²⁸ L’espressione «goccia di sangue» allude metaforicamente agli ebrei odierni, discendenti dai Patriarchi e da Mosè, dai Maccabei, da Gesù e da Simon Bar Kochba (o Kokheba, lett. «figlio della stella»), un rivoluzionario ebreo che nel 132 si autoproclamò messia e guidò la terza guerra giudaica (132-135), l’ultima rivolta ebraica contro l’Impero Romano. Dopo la sconfitta fu ribattezzato Bar Koseba, ossia «il figlio della menzogna» [N.d.T.].
²⁹ Absalom Feinberg, Pro Armenia, rapporto del 22 novembre 1915, Bibliothèque du Patriarcat Arrnénien, Gerusalern, estratto.
³⁰ Lettera di David Sasson al presidente dell’Alliance Israélite Universelle a Parigi, Archivi dell’AIU, Iraq I.C.2., rapporto n. 4 (estratto), p. 1.
³¹ Ivi, rapporto n. 5 (estratto), pp. 2-3.
³² Ivi, rapporto n. 10 (estratto), pp. 5-7.