La vera natura del jihad

In questo post analizzeremo la dottrina del jihad. Talvolta, quando si fa riferimento alla jihad (sforzo), si insiste principalmente sul carattere spirituale di questa «guerra»: si tratterebbe in realtà solo di un «modo di dire» per designare la lotta che il credente deve condurre contro le sue inclinazioni malvagie, contro la sua tendenza all’infedeltà ecc. Insomma, I’antico tema dell’uomo in conflitto con se stesso. Questa tesi (denominata «jihad maggiore») è effettivamente sostenuta da alcune scuole islamiche, ma anche se tale interpretazione non è del tutto infondata, essa è ben lungi dall’abbracciare l’intero campo semantico del termine jihad, il quale comprende anche la ben più tradizionale ed ortodossa interpretazione su cui si fonda la dottrina «guerra santa» («jihad minore»).

Il «jihad maggiore» non esclude il «jihad minore», e viceversa.

Eppure, nonostante il concetto di «jihad maggiore» sia una concezione minoritaria sorta in ambienti spiritualisti sufi, e che l’interpretazione del «jihad minore» sia quella più ortodossa e tradizionale, in una qualsiasi grande enciclopedia sarà quasi impossibile non leggere frasi tipo: «Nell’VIII e nel IX secolo si assistette all’espansione dell’islam…» oppure: «Questo o quel paese passarono nelle mani dei musulmani…», dove ci si guarda bene dal dire come sì verificò l’espansione dell’islam e come quei paesi «passarono nelle sue mani». Si è indotti a credere che gli eventi si siano prodotti da sé, grazie a un intervento taumaturgico o amichevole. Nei resoconti di questa espansione si parla molto poco della jihad, quantunque ogni sua tappa è stata resa possibile proprio da essa!

Due fattori sostanziali trasformano il jihad in qualcosa di totalmente diverso dai conflitti tradizionali, che vengono combattuti, per ambizione o per interesse, in vista di obiettivi circoscritti, e che, costituendo eventi eccezionali rispetto alla situazione «normale» – la pace tra i popoli -, sono destinati a concludersi con il ritorno alla pace. Il primo dei due fattori è il carattere religioso del jihad, il secondo il fatto che con esso la guerra diviene un’istituzione (e non più un evento isolato).

Veniamo al primo. In genere jihad si traduce con «guerra santa», espressione piuttosto infelice che evoca simultaneamente due aspetti: da un lato si tratta di una guerra ispirata da un forte sentimento religioso, dall’altro il suo obiettivo primario non è tanto conquistare dei territori, quanto islamizzarne gli abitanti.

Il jihad è un dovere religioso

Qualcuno argomebterà che ogni religione in fase di espansione rischia di sfociare in una guerra, e che nel corso della storia ci sono stati infìniti casi di guerre religiose: anzi, quest’analogia è divenuta oggi un luogo comune. Ma, anche ammettendo che talora la passione religiosa si esprima così, si tratta pur sempre di una «passione», e soprattutto di un fenomeno rispetto al quale non è difficile dimostrare che non corrisponde al messaggio di fondo di quella religione. Ciò è evidente nel caso del cristianesimo. Nell’islam, invece, il jihad è un obbligo religioso: fa parte delle opere che il credente deve compiere, è la via normale di diffusione della sua fede. Tale concetto è ripetuto decine di volte nel Corano.

Quindi il musulmano che pratica jihad non agisce in contraddizione con il suo messaggio religioso. Anzi, è così che lo adempie al meglio. Inoltre, se si guarda ai fatti storici dell’Islam si capisce che il jihad è più che altro una guerra di natura decisamente militare ed espansionistica e poco spirituale, che esprime l’accordo tra il «testo fondante» e I’azione pratica dei fedeli. Tuttavia le cose non sono così semplici, perché il jihad non viene combattuto soltanto all’estero, ma può divampare anche all’intero del mondo islamico, e furono molti, anche se caratterizzati sempre dagli stessi aspetti, i conflitti tra i musulmani.

Il secondo e fondamentale tratto distintivo del jihad è che esso costituisce un’istituzione e non un evento isolato, ossia che appartiene a duplice titolo al normale funzionamento del mondo islamico. In primo luogo, infatti, tale guerra crea delle istituzioni che ne sono la conseguenza. Logicamente tutte le guerre, per il fatto che vi sono dei vincitori e dei vinti, determinano dei cambiamenti istituzionali, ma qui siamo in presenza di un fenomeno ben diverso: i popoli sconfitti cambiano status (diventando dhimmi), la sharia tende a essere applicata integralmente, stravolgendo la precedente fisionomia giuridica del paese ecc. Le conquiste non comportano un semplice mutamento di «proprietario» per i territori, ma l’integrazione degli abitanti (a condizione che abbiano ottenuto lo status di dhimmi) in un’ideologia (religiosa) collettiva e obbligatoria e in un apparato amministrativo davvero molto perfezionato. In questa prospettiva il jihad è un’istituzione perché contribuisce in modo determinante all’economia del mondo islamico. Il che peraltro implica una concezione originale di tale economia. Ma quello che realmente conta è cogliere che il jihad è di per sé un’istituzione, cioè una componente organica della società musulmana. In quanto dovere religioso, esso rientra nell’organizzazione del culto, come i pellegrinaggi ecc., tuttavia non è questa la sua connotazione essenziale, la quale va invece ricercata nella divisione del mondo insita nel pensiero (religioso) islamico. Il mondo è diviso in due parti: il dār al-islām e il dār al-harb, ossia il «territorio dell’islam» e il «territorio della guerra». Quindi il mondo esterno non è più diviso in nazioni, popoli, tribù ecc.: tutte le sue partizioni rientrano in blocco nel «territorio della guerra», il che implica che non sono possibili altre retazioni con essi se non di tipo bellico. La Terra appartiene ad Allah, e tutti i suoi abitanti devono riconoscerlo; perché questo avvenga, contro chi non lo accetta, esiste un solo mezzo: la guerra. Quest’ultima quindi non è un fenomeno di natura evenemenziale e accidentale, ma un dato costitutivo del pensiero, dell’organizzazione, della struttura di questo mondo. E con il mondo della guerra non è possibile alcuna pace. Ovviamente a volte si è costretti a fermarsi: esistono circostanze – il Corano le prevede – in cui è meglio non combattere. Ma ciò non cambia niente: la guerra resta un’istituzione, il che significa che, non appena le circostanze lo permettono, essa deve riprendere.

Tra i doveri fondamentali dell’Islam, Ibn Taymiyya collocava al primo posto il jihad (sforzo armato): egli incitava all’eliminazione (quantomeno per conversione forzata) dei non musulmani o dei musulmani non “ortodossi”.

Per concludere, non è affatto vero che la jihad è esclusivamente una guerra difensiva dalle persecuzioni o dalle aggressioni armate. Bisogna capire cosa intendono i musulmani quando parlano di persecuzione e quindi di una loro giusta reazione. Per fare ciò ci affidiamo al Dizionario del Corano, curato da M. A. Amir-Moezzi, I. Zilio-Grandi, edito da Mondadori, il quale a pagina 376 ci dice che:

“Poiché il Corano dichiara che la peggior cosa è mettere alla prova un musulmano nella sua fede per allontanarlo da essa, la guerra è legittimata se è necessaria per far cessare queste prove”

Come vediamo per l’islam la critica rappresenta già una persecuzione da dover combattere attraverso la jihad, per cui anche in questo caso si può affermare che la «guerra santa» è sempre un dovere, dal momento che è impossibile che in una società moderna dove c’è libertà di parola la fede islamica non venga mai messa in discussione.

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