La condizione dei dhimmi – Testimonianze storiche

qalb conquiste islamiche
Chiesa di Qalb-Lozeh, VI secolo, deserto settentrionale siriaco. La chiesa fu abbandonata dopo la conquista araba.

 

Imperi abbaside e fatimide

Dopo al-Wathiq¹, <salì al trono> suo fratello al-Mutawakkil, il quale governò per 14 anni e 9 mesi. Egli iniziò a regnare nell’anno 231 dell’egira². Questo califfo odiava i cristiani e li tormentava, [obbligandoli a legarsi [delle] pukire di lana attorno alla testa; inoltre, nessuno di loro poteva uscire di casa senza una cintura e un cordone. E se uno di essi possedeva uno schiavo, doveva cucirgli due strisce di tessuto di colori diversi sulla tunica, una davanti e una dietro. Quanto alle nuove chiese, dovevano essere demolite, e tra quelle già esistenti, se una era particolarmente spaziosa, anche nel caso in cui si trattasse di un edificio antico, parte di essa doveva essere trasformata in moschea. Inoltre, era vietato innalzare le croci nella festa delle Palme. Comandi analoghi, e molti altri ancora di questo genere, furono da lui imposti anche agli ebrei […]³.

Nell’anno 382 dell’egira [1001], a Baghdad gli arabi diedero vita a una sommossa contro i cristiani e ne saccheggiarono le case. Osarono allungare le mani anche sulle loro chiese, e le distrussero. Ma quando appiccarono il fuoco alla chiesa dei giacobiti, situata presso la piazza dove si macina la farina, essa crollò su un gran numero di arabi – uomini, donne e bambini – e li soffocò, bruciando vive le stesse persone che Ie avevano dato fuoco, e gli spettatori furono assaliti dal terrore […]⁴. In quel tempo, per ordine del califfo⁵ d’Egitto al-Hakim [996-1021], la !’Ili sa della Resurrezione⁶ di Gerusalemme fu divelta dalle fondamenta, e tutti i suoi arredi furono saccheggiati. Inoltre egli fece devastare migliaia di chiese situate nel suo regno, e ordinò agli araldi di proclamare: «Ogni cristiano che aderirà alla fede degli arabi sarà onorato, mentre colui che non vi aderirà cadrà in disgrazia e dovrà portare al collo una croce <rovesciata?>. Quanto agli ebrei, si appenderanno al collo l’immagine di una testa di vitello, poiché fabbricarono un vitello [d’oro] nel deserto e lo adorarono. Non porteranno anelli alle dita della mano destra e non si sposteranno a cavallo, ma solo a dorso di mulo e d’asino, con selle ordinarie e staffe di legno. E chi non è disposto ad accettare questa umiliazione può prendere tutti i suoi beni e trasferirsi nei territori dei romani [bizantini]»,
Quando fu pubblicato quest’editto, furono in moltissimi ad andarsene, mentre solo pochi rinnegarono la fede cristiana. Quanto a quelli che non partirono, ma neppure tradirono la loro fede, essi appesero al loro collo croci d’oro e d’argento e si fecero costruire selle in tessuti a vivaci colori. Quando al-Hakim lo seppe, si indispettì e ordinò: «Ogni cristiano che non porti al collo una croce di legno del peso di quattro litres [sic], secondo le misure in uso a Baghdad, sarà ucciso. E anche gli ebrei che non si appenderanno al collo una piastra <?> con l’immagine di un piede di pollo del peso di sei libbre dovranno morire. E quando si recano alle terme, si legheranno al collo dei campanellini, così da poter essere distinti dagli arabi»⁷ .

Bar Hebraeus

 

Baghdad (1100)

Racconto di Obadiah (Johannes), sacerdote e poi proselito normanno di Oppido Lucano (Italia meridionale), convertitosi all’ebraismo e rifugiatosi a Baghdad ⁸
Il servitore insediò il proselito Obadiah in una casa utilizzata dagli ebrei per pregare, e qui gli fu portato del cibo. Poi Isaac, il capo dell’Accademia, stabilì che Johannes [Obadiah] si unisse ai giovani orfani per imparare la legge di Mosè e la parola dei profeti in caratteri sacri⁹ e in lingua ebraica.
Prima di questi eventi [nel 1091] il califfo di Bagdad, di nome al-Muqtadi [1075-1094], aveva autorizzato il suo visir Abu Shuja’ a mettere in atto un cambiamento di politica nei confronti degli ebrei di Baghdad, ed egli aveva tentato più volte di annientarli. Ma il Dio d’Israele aveva sventato il suo piano anche in quell’occasione li aveva protetti dalla sua collera. Abu Shuja’ aveva ordinato a ogni maschio ebreo di portare un’insegna gialla sul suo copricapo. Quello era il primo segno distintivo; l’altro era un pezzo di piombo del peso [dimensioni?] di un dinar [?] d’argento, appeso al collo di ogni ebreo e recante la scritta dhimmi, per indicare che era tenuto a pagare il testatico. Inoltre, gli ebrei dovevano indossare dei cordoni intorno alla vita. Abu Shuja’ aveva altresì imposto due segni distintivi alle donne ebree: esse dovevano portare una scarpa bianca e l’altra nera, e ognuna doveva avere al collo e ai piedi un campanello di rame, che con il suo tintinnio avrebbe sancito la discriminazione tra le donne ebree e quelle gentili [musulmane]. Poi scelse dei musulmani crudeli e li incaricò di spiare gli uomini ebrei, e delle musulmane crudeli perché spiassero le donne ebree, così da opprimerli con ogni sorta di maledizioni, umiliazioni e malvagità. Il popolo era solito schernire gli ebrei, e il popolino, compresi i bambini, li percuoteva per tutte le strade di Baghdad.
La legge sul testatico, versato ogni anno dagli ebrei ai funzionari del califfo, stabiliva quanto segue: ogni ebreo appartenente alla classe agiata doveva pagare 4 dinari e mezzo d’oro; gli esponenti della classe media 2 dinari e mezzo e gli ebrei più poveri 1 dinaro e mezzo. Quando un ebreo moriva, se non aveva pagato per intero la tassa ed era ancora in debito, in misura significativa o anche lieve, i musulmani non permettevano di dargli sepoltura fino a quando non fosse stata pagata l’imposta. Se il defunto non lasciava alcuna proprietà, i musulmani chiedevano agli altri ebrei di pagare il debito del defunto; altrimenti di bruciarne il corpo¹⁰.

Obadiah

 

Nord Africa e Andalusia

[…] Il qadi Ahmad ibn Talib [IX secolo] obbligò i dhimmi a portare sulla spalla un pezzo di stoffa bianca «riqa», su cui erano raffigurati una scimmia e un maiale , e a inchiodare alla porta una targa raffigurante una scimmia¹¹.

al-Malikì

In Tunisia le masse, in preda allo scontento, si schierano con il berbero kharijita¹² Aba Yazid contro i governatori sciiti. Aba Yazid entra a Qayrawan nel 944
I berberi entrarono a Qayrawan, dove si abbandonarono a eccidi ed eccessi; pochi abitanti opposero loro resistenza ai confini estremi della città. Allora Abu Yazid inviò a Qayrawan un corpo di truppe capitanato da uno dei suoi uomini, Ayyub Zawili, il quale, entrato in città alla fine del mese di safar¹³, la abbandonò ai saccheggi e ai massacri e commise ogni sorta di atrocità […]¹⁴.
Per due mesi e otto giorni Abu Yazid dimorò nelle tende di Maysur¹⁵, inviando in tutte le direzioni colonne incaricate di riportare del bottino. Una di esse fu spedita contro Susa, che venne espugnata spada alla mano: gli uomini furono massacrati, le donne catturate e la città incendiata; gli invasori squarciarono i genitali delle donne e le sventrarono. E così ben presto in Ifriqiya non vi fu più né un campo coltivato, né una casa intatta; gli abitanti si rifugiarono a Qayrawan a piedi nudi e senza vestiti, e quelli che non divennero schiavi morirono di fame e di sete[…]¹⁶.
Abu Yazid avanzò verso Mahdiyya e stabilì il suo accampamento a 15 miglia di lì. Poi lanciò in direzione di quella città delle colonne che saccheggiarono e massacrarono tutti, di modo che l’intera popolazione si rifugiò entro il muro di cinta¹⁷.

Ibn al-Athìr

 

La condizione dei «dhimmi» a Siviglia (circa 1100)

Un musulmano non deve praticare massaggi a un ebreo o a un cristiano, né portare via i loro rifiuti o pulire le loro latrine: infatti gli ebrei e i cristiani sono più adatti per questi compiti di natura umiliante. Un musulmano non deve occuparsi della cavalcatura di un ebreo o di un cristiano ¹⁸, né deve svolgere per lui mansioni di asinaio o reggergli le staffe. Se un musulmano è sorpreso a infrangere tali divieti, sarà punito […].
Un ebreo non deve sgozzare gli animali da macello destinati a un musulmano. Agli ebrei sarà quindi ordinato di aprire macellerie riservate esclusivamente a loro […]¹⁹.
Non si deve vendere un mantello appartenuto a un lebbroso, a un ebreo o a un cristiano, a meno di non rivelarne l’origine all’eventuale acquirente; lo stesso vale se tale indumento era di proprietà di un pervertito […]²⁰. Non dev’essere consentito a nessun gabelliere, funzionario di polizia, ebro o cristiano di indossare abiti che si addicano a un esponente dell’aristocrazia, a un giurista o a un uomo perbene; anzi, tutti costoro devono essere aborriti e sfuggiti. Né bisogna salutarli con la formula «La pace sia con te!» <Al-salamu ‘alaika!>, poiché: «Satana li ha dominati; ha fatto dimenticare loro loro la Rammemorazione di Dio. Quelli sono solo la fazione di satana e la fazione di satana è quella dei perdenti» .Bisogna imporre loro un segno distintivo, che permetta di riconoscerli e che rappresenti per loro un marchio di ignominia […]²¹. Il suono delle campane dev’essere bandito dai territori musulmani e riservato ai soli paesi degli infedeli […]²².
Non bisogna vendere agli ebrei o ai cristiani libri scientifici, a meno che non riguardino la loro stessa religione: infatti essi traducono tali testi e ne attribuiscono la paternità ai loro correligionari e ai loro vescovi, mentre in realtà sono opera di autori musulmani! Sarebbe meglio non permettere ad alcun medico ebreo o cristiano di insediarsi in città per curare i musulmani. Infatti, dal momento che non possono nutrire buoni sentimenti nei confronti di un musulmano, è bene che curino soltanto i propri correligionari; conoscendo la loro disposizione d’animo, com’è possibile affidare loro le vite dei musulmani²³?

Ibn ‘Abdnn

 

Sotto gli almohadi

Verso la fine del suo regno, Abn Yusuf²⁴ ordinò agli ebrei residenti nel Maghreb di differenziarsi dal resto della popolazione indossando una tenuta particolare, consistente in abiti blu scuri provvisti di maniche talmente ampie da giungere sino ai piedi, e, al posto del turbante, uno zucchetto della forma più grossolana – tanto che lo si sarebbe preso per un basto -, che ricadeva fin sotto le orecchie. Tale abbigliamento divenne comune a tutti gli ebrei del Maghreb e rimase in vigore sino alla fine del regno di quel califfo e all’inizio di quello di suo figlio Abu ‘Abd Allah [1224-1227], Quest’ultimo lo modificò in seguito ai tentativi di tutti i tipi fatti dagli ebrei, che ricorsero all’intercessione di tutti coloro che ritenevano utili in questo senso, Abu ‘Abd Allah stabilì che indossassero abiti e turbanti gialli, e tale è la loro tenuta anche nel presente anno 621 [1224]. Ciò che aveva indotto Abu Yusuf ad adottare la misura di imporre loro un abbigliamento particolare e distintivo era il dubbio che nutriva rispetto alla sincerità della loro fede islamica: «Se fossi sicuro – diceva – che sono veramente musulmani, lascerei che si confondessero con noi attraverso i matrimoni e in qualunque altra forma; se però accertassi che sono rimasti infedeli, farei uccidere gli uomini, ridurrei in schiavitù i loro figli e confischerei i loro beni a vantaggio dei veri fedeli»²⁵.

al-Marrakushì

 

Mesopotamia-Iraq (XII-XIII secolo)

 

Obblighi dei «dhimmi» secondo Aba ‘Abd Allah ibn Yahya ibn Fadlan (lettera indirizzata al califfo al-Nasir al-Dtn Allah, 1180-1225)

Omar ibn al-Khattab scrisse ai governatori delle province perché ordinassero ai dhimmi di tagliarsi i capelli, di portare sigilli di piombo e di ferro sulla nuca, di montare in sella di traverso e di portare speciali cinture che li distinguessero dai musulmani.
All’epoca dei califfi era così, ma l’ultimo a imporre il rigoroso rispetto di tali obblighi fu il califfo al-Muqtadir ibn Amir Allah [908-932], che costrinse gli ebrei a osservare le leggi in vigore all’epoca di al-Mutawakkil.
Egli ordinò loro di portare al collo dei campanelli e di appendere alle porte di casa delle immagini in legno che le differenziassero dalle abitazioni islamiche. Le loro dimore non dovevano essere della stessa altezza di quelle musulmane. Impose agli ebrei di indossare una rotella e un turbante gialli, e alle ebree veli giallastri e scarpe di due colori diversi, una nera e l’altra bianca; inoltre, quando si recavano ai bagni pubblici dovevano portare collane di ferro. Quanto ai cristiani, essi dovevano indossare abiti di colore nero o grigio e una speciale cintura, e avere una croce appesa al petto. Per spostarsi non potevano usare un cavallo, ma un mulo o un asino senza basto né sella, da montare trasversalmente, [con tutte e due le gambe] dallo stesso lato. Tutte queste consuetudini sono state abbandonate, senza che ciò comportasse [per contro] un aumento delle imposte, mentre nella maggior parte dei paesi [islamici] gli ebrei sono ancora costretti a portare la rotella ed è consentito loro svolgere soltanto i mestieri più umilianti. Ad esempio, a Bukhara e Samarcanda sono i dhimmi che puliscono le latrine e le fognature eche portano via i rifiuti e le immondizie. Nella provincia di Aleppo, che è la più vicina a noi [a Baghdad], gli ebrei hanno tuttora l’obbligo di portare la rotella. Per giunta, in conformità con la legge islamica, al momento di pagare il testatico colui che consegna’ la somma deve stare in piedi e colui che la riceve seduto, e il dhimmi deve deporla nella mano del musulmano in modo tale che questi la riceva al centro della palma; inoltre, la mano del musulmano è in alto e quella del dhimmi in basso. Poi quest’ultimo protende la barba e l’altro gli schiaffeggia le guance dicendo: «Paga il debito ad Allah, o nemico di Allah, o infedele». Oggi invece accade perfino che certi non si presentino in prima persona al cospetto del funzionario, ma mandino al loro posto un messaggero.
Quanto ai sabei, che sono idolatri residenti nella provincia di Wasit (Iraq), essi non sono dhimmi, nonostante un tempo lo fossero. Quando il califfo al-Qahir bi-Allah [932-934] si consultò con lo shafi’ita Abu Sa’td al-Istakhari riguardo a essi, quest’ultimo dichiarò che era lecito versarne il sangue e rifiutò di estendere loro lo status derivante dal testatico. Quando essi ebbero sentore di ciò, lo subornarono con 50.000 dinari, e lui li lasciò in pace. Di conseguenza oggi non solo non pagano la capitazione, ma non si pretende da loro alcun tributo, sebbene siano sotto il dominio dei musulmani.
Sia fatta la volontà del sultano²⁶!

Ibn al-Fuwatr

 

La testimonianza rifiutata

Al tempo del sultano al-Malik al-Salih Najm al-Dìn Ayyub [1240-1249], un musulmano si recò al suq al-Tujjar di Il Cairo. Aveva con sé un atto di riconoscimento di debito²⁷ relativo a una somma dovutagli da un soldato. Il documento era completo, e mancavano solo le firme dei testimoni. L’uomo incontrò due cristiani, che portavano corpetti e abiti dotati di ampie maniche, come quelli indossati dai musulmani di rango aristocratico. Egli, realmente convinto che si trattasse di nobili, porse loro il documento ed essi lo firmarono: una vera e propria beffa nei confronti dei musulmani! Questo fatto giunse all’attenzione del sultano al-Malik al-Salih, il quale ordinò che i cristiani fossero percossi e costretti a portare un cordone nonché il marchio distintivo dei non musulmani, e a conformarsi alla posizione bassa e umile che era stata loro assegnata, quella a cui Allah li aveva degradati²⁸.

Chazi ibn al-Wasiti

 

Celebrazioni religiose

Nei giorni del digiuno quaresimale [1271], gli ismailiti si scagliarono contro ‘Ala al-Din, il capo del Diwan [governo], mentre girava a cavallo per Baghdad, e lo colpirono con dei pugnali ma senza ferirlo . Ed essi furono catturati ed ebbero le membra mozzate. Quindi gli arabi sparsero la voce che erano cristiani e che erano stati inviati dal catholicos. Allora tutti i santi uomini, i monaci e i notabili residenti a Baghdad furono presi e gettati in carcere, e Kutlu Bag. l’emiro di Arbil, catturò e rinchiuse in prigione il catholicos e i santi uomini del suo seguito. Per tutta la Quaresima essi conobbero una grande tribolazione, fino a quando Dio li aiutò e giunse un pukdana [editto] dall’Accampamento, ed essi furono rilasciati. Da allora il catholicos si stabilì nella città di Ushnu [Oshnavieh], nell’ Azerbaijan […]²⁹.
In quei giorni [1274] i cristiani di Arbil, che desideravano celebrare la Domenica delle Palme e sapevano che gli arabi si apprestavano a impedirglielo, chiamarono in loro aiuto alcuni tartari di religione cristiana stanziati nelle vicinanze. E quando costoro arrivarono, misero delle croci in cima alle loro spade, e il metropolita dei nestoriani si incamminò con gioia insieme a tutto il suo popolo, mentre i tartari cavalcavano dinanzi a loro. Ma quando giunsero presso la facciata della fortezza, si radunarono dei gruppetti di arabi che andarono a prendere delle pietre e le scagliarono contro i tartari e i cristiani, finché la loro assemblea si disperse e ciascuno fuggì in unaa direzione diversa. Dopo questo episodio, i cristiani rimasero in casa per qualche giorno senza osare uscire. Sventure del genere affliggevano i cristiani in ogni luogo “.

 

Anarchia e banditismo

Il primo giorno della settimana e il ventinovesimo del mese di tammuz [1285], un’orda siriaca di briganti a cavallo, curdi, turchi e arabi del deserto, forte di circa 600 [uomini], piombò sulla regione di Arbil, dove depredò e uccise molte persone, per lo più cristiani di Amkabad [‘Ankawa, presso Arbil], di Surhagan e di altri villaggi. Il curdo Baha al-Din uscì da Arbil per dar loro battaglia, ma le sue truppe furono sbaragliate da essi, e costrette a fuggire e a rientrare in città. Infine quei maledetti ladri se ne andarono, portando con sé un ricco bottino: donne, fanciulle e molti capi di bestiame. In quei giorni altre bande di predoni invasero la regione di Tur Abdin³¹, dove compirono un grande massacro nel villaggio di Keshlath, a Beth Man’im e nei villaggi circostanti, e a Sbirina, portando via un copioso bottino dalla regione di Beth Rishe. Poi se ne andarono.
Nell’anno 1597³², il diciassettesimo giorno del mese di haziran , si radunarono – tra curdi, turkmeni e arabi – circa 4000 ladri e briganti a cavallo; alcuni dicono che si fossero uniti a loro anche 3000 cavalieri scelti tra gli schiavi egiziani [mamelucchi]. Ed essi volsero il loro sguardo sulla regione di Mawsil [Mossul]. E, dopo aver saccheggiato tutti i villaggi che incontravano sul loro cammino, piombarono sulla città all’alba del secondo giorno , il ventiduesimo del terzo mese dell’anno 685 secondo il calendario islamico E i cristiani che si trovavano nelle vicinanze della chiesa dei tagritanaye presero le mogli, i figli e le figlie, e, insieme al loro bestiame, andarono a rifugiarsi nel palazzo dello zio del profeta, il quale si chiamava Nakib al-Alawakin , nella remota speranza che, se i predoni avessero rispettato quell’edificio, essi si sarebbero salvati dai massacri e dal saccheggio della città. Allora i restanti cristiani, che non avevano alcun luogo in cui fuggire e non erano riusciti a rifugiarsi nel palazzo di Nakib, rimasero, atterriti e tremanti, a piangere e a gemere su se stessi e sul loro destino funesto, mentre in realtà la sorte si sarebbe accanita con coloro che si erano recati lì . Appena entrati in città, i predoni Iniziarono a informarsi sui cristiani, e gli arabi originari della città gridarono a una sola voce: «Ecco, tutti i cristiani sono nel palazzo di Nakib». Allora gli altri ripresero coraggio e i predoni si diressero lì. Avendo appoggiato delle scale all’esterno dell’edificio, vi si arrampicarono e se ne impadronirono, quindi depredarono e saccheggiarono tutti coloro che si trovavano all’interno, uno dei quali, un cristiano, fu colpito da una freccia e morì. Essi torturarono non solo i cristiani, ma anche gli arabi, e si presero gioco³⁴ delle loro mogli, dei loro figli e delle loro figlie nelle moschee, sotto i loro occhi. Quando ebbero finito con loro passarono al quartiere ebraico, e anche qui saccheggiarono le case e depredarono l’intera comunità […]³⁵.
Sempre in quell’anno [1289], circa 2000 cavalieri appartenenti alle bande dei predoni siriaci si radunarono e attraversarono la frontiera all’altezza di Snjar [sul fiume Tharthar] e Beth Arbaye, ma non saccheggiarono né depredarono finché non giunsero nei pressi di
Pishabhur, un paesino sulle rive del Tigri dove si fermarono per dormire. Durante la notte si alzarono e attraversarono il fiume; poi i loro sguardi si posarono su Wastaw, un grande villaggio popolato da nestoriani sul quale piombarono alle prime luci dell’alba del primo giorno della settimana, il quattordicesimo del mese di ab . Allora gli abitanti, pensando si trattasse soltanto di pochi predoni, uscirono tranquillamente per combatterli. Ma quando videro quanti erano, tornarono al villaggio, dove alcuni, rifugiatisi in chiesa, si salvarono, mentre altri si sparpagliavano per gli orti e per le vigne. Allora quei banditi maledetti si sparsero per le sette frazioni circostanti, arrecandovi un’immane distruzione. Uccisero circa 500 uomini e fecero prigioniere oltre 1000 persone (tra donne, ragazzi e ragazze); inoltre si
impossessarono di molti tesori e di innumerevoli quantità di pecore e
di altri capi di bestiame. […]
In quella stessa estate, i predoni siriaci -circa 2000 uomini a cavallo- effettuarono una sortita contro le regioni di Melitene e di Hesna [Kharput]. Quando Kharbanda, il capitano delle truppe di stanza in quei territori, lo seppe, radunò i suoi uomini e iniziò i preparativi per la
battaglia; poi essi [Kharbanda e i suoi] andarono ad affrontare i nemici, ma furono annientati. Molti di coloro che erano con lui furono uccisi, mentre alcuni dei suoi amici e dei suoi compagni, più i figli dei suoi fratelli e un numero imprecisato di persone, furono catturati. Solo lui e i 40 uomini che erano riusciti a fuggire ritornarono sani e salvi dal combattimento, dopodiché si recarono nel nuovo palazzo che egli si era fatto costruire nella regione di Hesna, nel luogo chiamato Hesona in aramaico. E, mentre essi sedevano lì in preda allo sconforto e
riflettevano su come avrebbero potuto salvare coloro che erano fatti prigionieri, finirono per riconoscere tutti quanti che la guerra che aveva colpito il paese era stata causata dai cristiani, e che di conseguenza era giusto prendere loro del denaro per riscattare coloro che erano stati catturati. E così iniziarono ad assegnare a ogni città e paese una certa quantità d’oro, a seconda delle possibilità economiche del luogo³⁶.

 

Dopo la conversione dei mongoli all’islam

Ed egli [Nawruz]³⁷ emanò un decreto [in base al quale] tutte le chiese, le dimore delle immagini³⁸ e le sinagoghe ebraiche dovevano essere distrutte, e sia i sacerdoti [buddisti] che i leader religiosi [ebrei e cristiani] dovevano essere trattati con ignominia e assoggettati al pagamento di tributi e tasse. Nessun cristiano poi doveva. farsi vedere senza indossare un cordone attorno alle reni,e lo stesso valeva per gli ebrei, ognuno dei quali doveva portare un segno distintivo sul capo.
In quei giorni [ottobre 1296], i popoli stranieri³⁹ allungarono le mani su Tabriz e ne distrussero tutte le chiese, il che suscitò grande tristezza tra i cristiani del mondo intero. Non ci sono parole per descrivere i tormenti, la vergogna, gli scherni e l’ignominia che i cristiani dovettero subire in quel periodo, soprattutto a Baghdad […]. La persecuzione si accaniva allora non solo sul nostro popolo, ma anche sugli ebrei⁴⁰, ed era due volte più crudele, oltreché costantemente reiterata, contro i sacerdoti adoratori di idoli [buddisti]. Il tutto dopo gli onori a cui erano stati innalzati dai sovrani mongoli, onori tanto grandi che metà del denaro depositato nelle casse del regno era stato elargito loro, i quali lo avevano speso <?> per fabbricare immagini d’oro e d’argento. E un numero enorme di sacerdoti pagani, a causa della persecuzione di cui erano oggetto, si convertì all’islamismo.
In seguito furono pubblicati un decreto del Re dei Re [Ghazan] e [alcuni] yarliki indirizzati a tutte le regioni, e furono inviati messaggeri mongoli in ogni paese e città per distruggere le chiese e saccheggiare i monasteri. E ovunque i messaggeri trovassero dei cristiani che si presentavano dinanzi a loro per rendere servigi e recare doni, erano meno severi e più compiacenti. Infatti erano molto più ansiosi di raccogliere ricchezze che di distruggere chiese, come dimostra quanto accadde nella città di Arbela [Arbil]. Quando i funzionari si recarono lì, vi si trattennero 20 giorni, nell’ attesa che uno de cristiani si facesse avanti e prendesse l’iniziativa di portare loro una certa quantità d’oro, di modo che, in cambio di quel segno di generosità, le chiese del luogo fossero risparmiate e non devastate; ma non si presentò nessuno. Perfino il metropolita della città non seppe farsi carico della salvezza delle sue chiese, e nessun altro lo fece, ma ognuno vigilò con cura solo sulla sua casa. In tal modo fu offerta ai pagani un’opportunità diretta, ed essi stesero le mani sulle tre splendide chiese di Arbela, distruggendole completamente fino alle fondamenta […]. Quando i niniviti⁴¹ udirono della disgrazia che aveva colpito la città, furono atterriti ed estremamente spaventati. E come i nobili e i funzionari giunsero nella regione di Mawsil [Mossul], alcuni uomini che si occupavano con amorevole sollecitudine della manutenzione delle sante chiese, e che avevano deciso di farsi carico dei problemi , li avvicinarono e promisero di dare loro molto denaro. Ma dal momento che non possedevano alcuna ricchezza, dovettero metter mano agli oggetti e agli arredi delle chiese, e non vi lasciarono una sola croce o eikon [icona], né un singolo incensiere o Evangeliario tempestato d’oro. E poiché ciò non bastava, costrinsero i credenti delle città e dei villaggi a contribuire con una certa somma. Raccolsero così circa 15.000 dinari, e li pesarono in cambio della distruzione delle chiese e in pagamento del tributo dovuto dai cristiani. E, con l’aiuto di Dio, non una sola chiesa fu danneggiata⁴².

Bar Hebraeus

 

Egitto

Il 7 jumada 1122 <1 giugno 1419> il sultano d’Egitto <Malik Mu’ayyad Abu Nasr >⁴³ fece comparire al suo cospetto, in presenza dei qadi e dei dottori della legge, il patriarca cristiano, il quale rimase in piedi ricevendo rimproveri e percosse e venendo redarguito dal sultano a causa delle umiliazioni inflitte ai musulmani dal principe degli abissini; gli furono addirittura rivolte minacce di morte. Poi comparve dinanzi al sultano lo shaykh Sadr al-Din Ahmad ibn al-‘ Ajami, prefetto di polizia di Il Cairo, il quale si sentì contestare il disprezzo dei cristiani nei confronti delle ordinanze relative al loro abbigliamento e al loro aspetto esteriore. In seguito a una lunga conversazione tra i dottori e il sultano su tale argomento, fu stabilito che nessuno degli infedeli sarebbe stato più assunto negli uffici governativi e neppure presso gli erniri, e che nessuno sarebbe sfuggito alle misure prese per mantenerli in uno stato di umiliazione. Quindi il sultano convocò alla sua presenza il cristiano al-Akram Fada’il, segretario del visir, che era in carcere da parecchi giorni; egli fu percosso, spogliato dei suoi abiti e portato in giro con ignominia per le vie di Il Cairo sotto gli occhi del prefetto di polizia, il quale gridava: «Ecco il compenso che spetta ai cristiani impiegati negli uffici governativi!». Dopodiché, fu ricondotto in prigione. Il sultano vigilò personalmente sull’attuazione di tali misure, tanto che in nessuna parte d’Egitto un solo cristiano fu più assunto in alcuna amministrazione; questi infedeli furono costretti a rimanere a casa, a ridurre le dimensioni dei loro turbanti e ad accorciare le loro maniche, e la stessa sorte toccò anche gli ebrei. A tutti loro fu proibito di usare gli asini come cavalcature, tanto che il popolino, quando ne vedeva uno in groppa a un asino, lo picchiava e gli confiscava sia l’animale sia quello che trasportava: così non li si vide più montare un asino se non al di fuori di Il Cairo. I cristiani fecero tutti gli sforzi possibili per recuperare i loro impieghi, offrendo a tale scopo grosse somme di denaro; ma, malgrado il sostegno offerto loro dagli scribi copti, il sultano non acconsentì mai alle loro richieste e rifiutò di ritornare sui divieti che aveva emanato. In merito ai fatti esposti vorrei proporre le seguenti riflessioni: forse in virtù di questo atto Allah perdonerà tutti i suoi peccati ad al-Malik al-Mu’ayyad, che in tal modo ha davvero apportato un contributo preziosissimo all’islam, Infatti, la presenza di funzionari cristiani negli uffici governativi egiziani è uno dei mali peggiori, poiché comporta un’esaltazione della loro religione. In effetti, visto che la maggior parte dei musulmani ha bisogno, per sbrigare i loro affari, di frequentare tali ambienti, ogni volta che hanno un problema di competenza di un ufficio gestito da tali funzionari devono umiliarsi e mostrarsi gentili con loro, anche se si tratta di cristiani, ebrei o samaritani […]⁴⁴. L’ordinanza di questo principe equivalse a una seconda conquista dell’Egitto; con essa egli esaltò I’islam e umiliò gli infedeli, e niente è più meritorio agli occhi di Allah⁴⁵.

Ibn Taghribirdi

 

Marocco

[Al-Maghili] dimostrò una tenacia inflessibile nel prescrivere il bene e proibire il male. Egli riteneva che gli ebrei non dovessero beneficiare più dello status di minoranza protetta Tale partecipazione al potere è contraria all’avvilimento e al disprezzo che sono alla base del pagamento della jizya. È sufficiente che uno solo di loro abbia violato il patto perché esso risulti invalidato per tutti. , che lo fece entrare in conflitto con la maggior parte dei giuristi del suo tempo, tra i quali vi erano lo shaykh Ibn Zakri e altri . Ne seguì un inltenso dibattito. L’opera giunse a Fes, la capitale, dove i giuristi la analizzarono a fondo, e alcuni di essi manifestarono disprezzo verso di essa, mentre altri si mostrarono equanimi «famin-hum man anifa wa-min-hum man ansafa»⁴⁶.

Ibn ‘Askar

 

In riscossione del testatico («jizya»)

Il giorno della riscossione della jizya [i dhimmi] verranno radunati in un luogo pubblico, ad esempio il suq. Lì essi dovranno restare in piedi nel punto più spregevole e situato più in basso. Gli ausiliari della Iegge occuperanno un posto più alto del loro, e assumeranno un atteggiamento minaccioso, così che appaia evidente, ai loro occhi e a quelli degli altri, che il nostro scopo è mortificarli fingendo di prendere i loro beni. Essi dovranno rendersi conto che facciamo loro un favore accettando da essi il pagamento della jizya e consentendo loro di andarsene . Poi dovranno essere trascinati uno a uno della riscossione. Mentre paga, ogni dhimmi riceverà uno schiaffo e verrà allontanato bruscamente, di modo che riterrà di essere scampato alla spada grazie a tale . È così che si comportano gli amici del Signore, delleprime come delle ultime generazioni, nei confronti dei Suoi nemici, i miscredenti, poiché la forza appartiene ad Allah, al suo Inviato e ai Credenti⁴⁷.

al Maghili

 

Il dhimmi, cristiano o ebreo che sia, nel giorno stabilito si recherà personalmente, e senza avvalersi della mediazione di un wakil , dall’emiro incaricato di riscuotere la jizya; costui siederà su un seggio elevato, simile a un trono, e il dhimmi avanzerà verso di lui recando il tributo, che terrà al centro del palmo della mano, da dove poi l’emiro lo prenderà, facendo attenzione a che la sua mano si trovi sempre al di sopra e quella del dhimmi al di sotto. Dopodiché l’emiro, con il pugno, gli darà un colpo sulla nuca, mentre in piedi accanto a lui vi sarà un uomo preposto a scacciare bruscamente il dhimmi; poi, uno dopo l’altro, si presenteranno un secondo e un terzo dhimmi, ai quali verrà inflitto lo stesso trattamento, come pure a quelli che li seguiranno. Tutti saranno ammessi a godere di questo spettacolo. Non sarà consentito ad alcuno di loro incaricare un terzo di pagare la jizya a suo nome: bisogna che essi sperimentino di persona questo segno di avvilimento, perché forse così finiranno per credere in Allah e nel suo Profeta, e allora saranno liberati da questo giogo infamante⁴⁸.

al-’Adawi

 

Persia (XVII-XVIII secolo)

Deportazione⁴⁹ del popolo armeno da parte di shah ‘Abbas (1604)
[Shah ‘Abbas I] convocò al suo cospetto gli ufficiali del regno, e scelse
tra loro le guide e gli ispettori a cui affidare gli spostamenti della popolazione, designando un comandante per distretto. In particolare, Amir-Guna-Khan⁵⁰ fu assegnato alla città di Erevan, alla regione dell’Ararat e ai piccoli distretti limitrofi. Essi ricevettero istruzioni di
scacciare e deportare tutti, fino all’ultimo cane vivente, fossero essi cristiani o musulmani, ovunque giungesse la loro autorità, e di punire con la spada, la morte o la riduzione in schiavitù chiunque opponesse loro resistenza e si ribellasse al decreto reale.
Dopo aver ricevuto dal sovrano quest’ordine crudele e letale, i generali partirono, ognuno con la sua divisione, e si recarono nei distretti dell’Armenia che erano che erano stati loro assegnati. Li si sarebbe detti una fiamma propagata dal vento fra i canneti. Immediatamente, in tutta fretta e senza neanche il tempo di fiatare, gli abitanti delle province, costretti a lasciare Ie loro case ed esiliati dalla loro patria, furono spinti avanti come mucchi li bestiame grosso e minuto, trascinati via con violenza e ammassati nello provincia di Ararat, la cui vasta pianura si riempì da un’estremità all’altra […]. I soldati persiani preposti all’operazione, ovunque giungessero, nei villaggi come nelle città, radunavano la popolazione e davano alle fiamme senza pietà le case e gli edifici; bruciavano e distruggevano le provviste di foraggio, le scorte di frumento, d’orzo e di altri prodotti utili; devastavano e facevano il vuoto intorno a sé perché le truppe ottomane restassero senza provviste e perissero⁵¹, e perché a quella vista gli emigranti perdessero la speranza e perfino il pensiero del ritorno.
Mentre le truppe persiane incaricate di deportare la popolazione la trascinavano verso la pianura di Etchmiadzin, shah ‘Abbas si trovava a Yervandashat e il sardar⁵² ottomano Kshqal-Oghli stava arrivando con le sue truppe a Kars. Sapendo di non poter sostenere la campagna contro gli ottomani, la cui superiorità numerica lo scoraggiava, shah ‘Abbas si volse in direzione di Nakhidjevan e,con tutti i suoi uomini ,iniziò a seguire le tracce delle orde dirette in Persia. Gli ottomani, dal canto loro, si misero alle calcagna dei persiani. Vi erano dunque tre grandi, innumerevoli gruppi: quello dei popoli armeni, quello persiano e quello ottomano. Così cadeva che, quando i primi si mettevano in marcia, shah ‘Abbas e i persiani piombassero sul loro precedente accampamento, e quando questi lasciavano il posto, esso venisse occupato da Dshqal-Oghli e dagli ottomani. Si inseguirono a vicenda, ricalcando gli uni le impronte degli altri, finché i popoli deportati e i persiani non ebbero raggiunto il villaggio di Julfa e gli ottomani Nakidjevan. Da allora in poi, i persiani non permisero più agli armeni di fermarsi, nemmeno per un’ora: li spingevano, Ii incalzavano, ne uccidevano alcuni a colpi di bastone, ad altri tagliavano iI naso o le orecchie, oppure mozzavano loro la testa e la conficcavano su dei pali. Fu così che Iohandjan, fratello del catholicos Arakel, e un altro uomo, ebbero il capo troncato e conficcato su una pertica lungo la sponda del fiume Arasse. Questi e altri supplizi ancora peggiori venivano inflitti alla popolazione allo scopo di costringerla, per l’estremo terrore, ad affrettarsi a guadare il fiume. La stirpe profondamente scellerata dei persiani tormentava così gli armeni per paura degli ottomani che avanzavano alle sue spalle: vedeva infatti l’accampamento del popolo rigurgitante di gente, il proprio, anch’esso stracolmo di uomini, e capiva che ci sarebbero voluti giorni per effettuare il guado. Essa temeva che, approfittando di quel ritardo, gli ottomani le piombassero addosso all’improvviso infliggendole una rovinosa disfatta, oppure che, rapendo il popolo armeno, lo riportassero indietro, il che in seguito avrebbe arrecato loro notevoli danni. Ecco perché assillavano gli armeni e facevano loro pressioni perché attraversassero. Ma non c’erano abbastanza barche e casse per una tale moltitudine. Erano state portate molte imbarcazioni da diversi luoghi, e sul posto erano state costruite numerose casse, ma armeni e persiani formavano una massa tanto grande che nulla sarebbe stato sufficiente. I guerrieri persiani incaricati di guidare gli emigranti li circondavano e badavano che nessuno fuggisse, li colpivano coi bastoni e spingevano la gente nell’acqua in piena [profonda], di modo che per il popolo le sofferenze e i pericoli erano spaventosi.
La sventurata moltitudine vedeva dinanzi a sé il fiume immenso, che, come un grande mare, l’avrebbe ingoiata, e dietro la spada assassina dei persiani, che non lasciava alcuna speranza di fuga. Era tutto un concerto di penose lamentazioni, di fiumi di lacrime tali da formare un altro Arasse, di grida, di gemiti, di singhiozzi, di urla di dolore, di invettive, di lamenti strazianti; le suppliche si mischiavano ai clamori, ma non si scorgeva alcun segno di pietà o mezzo di salvezza da nessuna parte.
In quel frangente il nostro popolo avrebbe avuto bisogno dell’antico condottiero Mosè e del suo discepolo Giosuè per strappare Israele dalle mani di un altro faraone, per placare le onde in piena di un grande, ampio fiume; ma essi non apparvero, perché la moltitudine dei nostri peccati aveva sbarrato le porte della misericordia del buon Dio.
I feroci soldati persiani che guidavano la folla la spingevano nel fiume fino a riempirlo, poi, entrando essi stessi in acqua, raddoppiavano le urla e i lamenti strappati agli armeni dalla consapevolezza del pericolo. Gli uni si aggrappavano al fasciame delle barche, e perfino alle casse, altri afferravano le code dei cavalli, dei buoi, dei bufali, altri ancora attraversavano a nuoto. Quelli che non sapevano nuotare, i deboli, gli anziani, le donne, i bambini, le ragazze, i ragazzi ricoprivano la superficie dell’ acqua, che li trascinava come fuscelli autunnali; il fiume spariva sotto i corpi travolti dalla corrente; alcuni riuscirono a guadarlo, ma molti annegarono e vi trovarono la morte.
Alcuni cavalieri persiani, dotati di robuste cavalcature o di grande vigore fisico, si aggiravano tra i cristiani osservando le femmine e i maschi, e, se scorgevano qualcuno di loro gradimento, donna, ragazzo o ragazza che fosse, ingannavano il suo responsabile [il padre o un parente] dicendogli: «Dammelo, lo porterò io all’altra riva». Poi, dopo averlo condotto all’altra sponda, lo trascinavano con sé per soddisfare i loro capricci. Alcuni li trasportavano a nuoto, altri ancora li afferravano e, dopo averne ucciso il responsabile, li rapivano; altri ancora si allontanavano, gettando i bambini per terra e abbandonandoli. Intanto i responsabili fuggivano lasciando soli i malati, a causa dei rischi delle fatiche insopportabili a cui erano sottoposti. In una parola, il nostro popolo era in preda a dolori e tormenti così intollerabili che io non sono in grado di ricostruire in dettaglio le traversie mortali che hanno distrutto il popolo armeno, prostrato da tali calamità […]. Finalmente avvenne che tutta la moltitudine attraversò il fiume, e, mescolato alla rinfusa con essa, anche l’esercito persiano. Amìr-Guna-Khan, che li aveva guidati fino a quel momento, ricevette ordine da shah ‘Abbas di unirsi al suo esercito, lasciando alla testa degli armeni Khalifalu Elias-Sultan, il quale fu incaricato di condurli a marce forzate, di tenerli lontani dagli ottomani e di deposi tarli in terra persiana.
Quanto allo shah, egli, seguendo la strada reale o dshadeh, insieme alle sue truppe marciò dritto in direzione di Tauris [Tabriz], ma non volle che i deportati seguissero la stessa via, per paura che, mentre marciavano alle sue spalle, fossero separati da lui e rapiti. Perciò aveva raccomandato a Elias-Sultan di guidarli per vie traverse e attraverso luoghi difficilmente accessibili, in cui gli ottomani non potessero inseguirli. Così Elias fece avanzare e guidò la moltitudine lungo le valli in cui scorre l’Arasse, per valichi montuosi e impervi sia in salita che in discesa, come pure per valloni e passaggi stretti. E fu solo con grande pena e sofferenza che essi varcarono le gole montuose e passarono da un luogo scosceso all’altro. […]

 

La caccia ai fuggitivi

Conclusa quest’ operazione, il Khan e le sue truppe marciarono all’inseguimento di altri fuggitivi, sempre del distretto di Garni, e quelli che riuscirono a bloccare li depredarono, li massacrarono o li trascinarono con loro. Andando avanti e indietro per la regione, raggiunsero la grande valle chiamata Kurhudara. Sebbene in questa valle vi fossero molte caverne e luoghi fortificati in cui si nascondevano i cristiani, essi li trascurarono per recarsi alla famosa grotta di Iakhsh-Khan, la cui salda posizione aveva attratto un gruppo di un migliaio di cristiani tra uomini e donne, i quali ne sorvegliavano con cura le vie di accesso. Per quanto i soldati persiani avessero provato a lungo ad attaccarli, dal basso non avevano ottenuto alcun risultato, poiché si trattava di una postazione molto elevata. Ma la loro diabolica immaginazione suggerì loro un altro metodo. Un distaccamento di 200 uomini uscì dalla valle e cominciò a scalare le rocce, le cui pietre formavano dei gradini che conducevano fino in cima. Essendosi legati l’uno all’altro con lunghe corde, scesero uno per volta di gradino in gradino, e in questo modo raggiunsero il livello delle vette in cui si trovava la caverna. Lì fecero indossare a quattro di loro armature di ferro che li coprivano dalla testa ai piedi, a cui erano fissate quattro o cinque sciabole. Ognuno aveva in mano una sciabola sguainata e quattro o cinque corde attorno al corpo, di modo che, se una si fosse spezzata, le altre lo avrebbero trattenuto. Poi costoro furono sospesi da un’altezza vertiginosa fino a che non ebbero raggiunto la caverna. Arrivati al centro del nascondiglio, si misero a colpire senza pietà uomini e donne, come lupi che, entrati in un recinto, dilanino crudelmente delle pecore. Alla vista delle sciabole persiane decise a massacrarli, i malcapitati cristiani emisero un forte grido di dolore; si udivano singhiozzi, lamenti, pianti e gemiti provocati dalle angosce mortali che li assalivano; essi presero a dimenarsi, agitarsi e a spingersi disordinatamente, andando e venendo da un capo all’altro della caverna come le onde di un mare tempestoso! cercandola salvezza dove non vi era via di scampo. Sentendo le urla e capendo cos’era accaduto, quelli che sorvegliavano i sentieri che portavano alla caverna abbandonarono il loro posto, spinti dalla sollecitudine per i compagni, ed entrarono all’interno per andare in loro aiuto.
Quando dall’esterno i persiani videro arrivare i guardiani, si diressero in massa verso la caverna e piombarono sui cristiani vibrando colpi di sciabola. Dall’ingresso fino al più remoto angolo della grotta, fu come quando si falcia l’erba: tutti venivano massacrati e scaraventati giù – uomini, donne anziane, bimbi in tenera età – e il suolo della caverna grondava sangue cristiano, che tinse di rosso tutte le pietre. Il lattante veniva strappato dal seno della madre e scagliato giù di sotto. Alcune donne, ragazzi e ragazze che erano scampati alla carneficina, vedendosi in balia di quelle bestie feroci e disumane che sicuramente li avrebbero trascinati via come prigionieri per poi torturarli e insudiciare la loro purezza, preferirono la morte a una vita breve ed effimera, piena di crimini e di sofferenze. Molti di essi, coprendosi la testa con un velo o con le vesti, si lanciarono nell’abisso dall’alto della grotta, trovando così la morte. Nella valle però vi era una fitta foresta, per cui alcuni di coloro che si erano gettati dalla caverna rimasero impigliati nei rami degli alberi che ne arrestarono la caduta, perforando loro l’addome per poi fuoriuscire dalla schiena, oppure colpendoli al cuore e lacerando loro le spalle, di modo che la loro morte fu ancora più dolorosa e crudele. Infine, quelli che erano rimasti furono depredati e rapinati, e Il ricco bottino venne spartito tra i soldati persiani, i quali poi li catturarono e li condussero all’accampamento principale.
Quindi la deportazione in Persia non riguardò solo uno o due distretti, ma un gran numero di essi: da Nakhidjevan a Eghegnadzor, sul confine di Gegham, da Lori (Hamzachiman) ad Aparan; da Sharap-Khan e Shirakavan a Zarishat e a parte dei villaggi del distretto di Knrs [presso Ani]; dall’intera vallata di Gaghzvan a tutto il territorio ti i Alashkert, dal villaggio di Macon alla zona di Aghbak; da Salamast e Khoy fino a Urmi (inclusi tutti gli stranieri e le persone di passaggio che erano rimaste a Tabriz e nei villaggi circostanti); dall’intera pianura di Ararat alla città di Yerevan, fino alle province di Kirkh Bulaqh e Dzaghcnots-Dzor; da Garni-Dzor a Urtza-Dzor e, prima ancora, ai distretti di Karin, Basen, Khnus e Manzikert, Artsakhe, Ardjish, Berkri e Van, i cui abitanti erano stati prima trascinati in schiavitù a Yerevan e poi condotti più lontano.
Tuttii distretti della bella terra d’Armenia, compresi i territori da essi dipendenti, le cui popolazioni erano state deportate con la forza in Persia per ordine dello shah, vennero saccheggiati e ridotti a un deserto. Ancor oggi il loro suolo ricco e fertile, i loro campi e i loro giardini, offrono allo sguardo lo spettacolo di innumerevoli villaggi e pregevoli borghi in preda alla desolazione⁵³.

 

Dopo aver devastato la regione dell’Ararat, i «jelali:»⁵⁴ passano nel Gegharkunik e ne saccheggiano i villaggi (1605)

Inoltre catturarono e trascinarono con sé come prigionieri le donne e i bambini, al fine di costringere i loro responsabili in cambio di moltissimo oro e argento. Dopo aver portato a termine ogni cosa secondo i propri desideri, disposero che le donne e i bambini catturati procedessero a piedi, fecero caricare ai guardiani caduti nelle loro mani le bestie da soma e i buoi, e poi presero con sé le numerose greggi di pecore, le provviste e le mandrie di cavalli. Dal momento che la spedizione si svolgeva in inverno, e che quell’anno il freddo era particolarmente intenso e la neve copiosa, non passarono due giorni che gli animali, esausti, morirono lungo il cammino; allora i jelali divisero i carichi di quelli che erano venuti a mancare e li distribuirono tra le donne e i bambini prigionieri. Fu così che essi attraversarono la montagna e giunsero al villaggio di Karbi. Quante sofferenze dovettero sopportare gli infelici cui era toccato quel compito! Alcuni, a causa del gelo, persero le mani, i piedi o le orecchie ed ebbero le carni mutilate; altri invece, ai quali i venti gelidi avevano mozzato il respiro, caddero sul posto e spirarono. Essi morirono dunque lungo il cammino, mentre i superstiti vennero condotti a Karbi, dove alcuni furono venduti per moltissimo argento, altri invece destinati, in qualità di schiavi, al servizio dei jelali, i quali rimasero a riposare in quel luogo fino alla primavera⁵⁵.

 

Conversione degli ebrei di Isfahan all’epoca di shah ‘Abbas II (1656)

Dopo aver cacciato dal centro di Isfahan il popolo armeno, si accinsero ad allontanarne anche gli ebrei. Fu così che, al tempo di shah ‘Abbas II, nell’anno 1106 del calendario armeno (1656), un venerdì, , vigilia dello shabbat, verso sera, lo stesso ehtim al-dawla [ministro] Mehmed Beg che aveva eliminato gli armeni dal centro di Isfahan decise di fare altrettanto con il popolo ebraico. Scelse quindi dei soldati e li mandò a dire agli ebrei o yehad [giudei]: «O ebrei, voi tutti dovete uscire da Isfahan e stabilirvi all’esterno, in uno dei sobborghi. Dal momento che non siete musulmani, e per giunta siete una razza impura, lasciate la città e andate a vivere fuori, secondo il volere del re»⁵⁶.
«Poiché tale è il volere del re nei nostri riguardi – replicarono gli ebrei in tono di supplica – il suo ordine incombe su di noi e noi lo eseguiremo fino in fondo; vi chiediamo soltanto di concederei qualche giorno, così che possiamo partire con i nostri figli, i nostri beni e i nostri effetti personali. Tra l’altro, vedete che ormai si sta facendo tardi e che abbiamo tra noi molti malati e infermi, anziani e bambini piccoli, i quali non possono partire di notte: perciò vi chiediamo di accordarci tre giorni».
Tuttavia i soldati presenti sul posto non consentirono loro di rimandare fino all’indomani e insistettero affinché partissero al più presto, anzi, quella sera stessa, poiché tale era il volere dell’ehtim al-dawla, il quale non li aveva autorizzati ad aspettare fino al mattino e aveva ordinato loro di farli sloggiare immediatamente, loro e le loro famiglie, aggiungendo che, se il giorno dopo ne fosse rimasto anche uno solo, il bastone, il carcere e le torture avrebbero punito il ribelle che aveva osato restare in spregio ai suoi comandi.
Il ministro agiva così nei confronti degli ebrei per costringerli a commettere il crimine di violare lo shabbat, che essi osservano astenendosi da qualsiasi azione.
I soldati dell’ehitm al-dawla, venuti a cacciarli con percosse e maltrattamenti, li fecero uscire dalle loro case con la spada e il bastone, spingendoli brutalmente, sparpagliando ovunque i loro effetti personali e abbattendo le loro porte. Gli ebrei partirono a tarda ora, gridando, emettendo urla, piangendo e lamentandosi, tenendo ognuno per mano il figlio o la figlia, trascinandosi dietro i letti e gli indumenti, e andando di porta in porta, lungo le strade e le piazze, senza che alcun maomettano avesse pietà di loro.
Avendo lasciato la città ed essendo giunti nel distretto di Djugha e di Garabad, essi non poterono ancora fermarsi perché i soldati non glielo permisero, sostenendo che l’ehtim al-dawla aveva ordinato loro di non consentire alla gente di Djugha e di Garabad di offrire loro asilo, e passarono tutti la notte all’addiaccio. Poiché non erano al riparo, e tra loro vi erano molti indigenti di ambo i sessi, il freddo autunnale, anzi, quasi invernale, li faceva soffrire molto. Inoltre i maomettani, quando li incontravano, li trattavano con disprezzo e disgusto, li percuotevano e infliggevano ai malcapitati molti soprusi.
Dopo questi fatti l’ehtim al-dawla, vedendo che non c’era modo di indurli con le buone a diventare musulmani, decise di usare la violenza per raggiungere tale fine. Quindi ordinò a tutti i musulmani, e specialmente ai soldati, ovunque trovassero un ebreo, di catturarlo e condurlo alla sua presenza. Di conseguenza, appena un musulmano acciuffava un ebreo, agiva così. Il ministro parlava agli ebrei, dapprima in tono mellifluo, dicendo: «Andiamo, brava gente, lasciate la vostra vana religione, riconoscete il vero Dio creatore del cielo e della terra e diventiamo fratelli».
Ma gli ebrei rispondevano: «Noi conosciamo già il Dio creatore del cielo e della terra e lo serviamo, ma non desideriamo instaurare una fratellanza con voi e non professeremo la vostra religione. La nostra è quella vera, rivelata da Dio per mezzo del profeta Mosè. nel quale anche tu credi»⁵⁷.
«Abbracciando la nostra religione – replicava l’ehtim al-dawla – voi sarete i nostri fratelli diletti, e inoltre vi colmeremo di ricchi doni e di onori speciali». […]
Dopo aver tenuto un’assemblea comune, gli ebrei presentarono una supplica all’ehtim al-dawla, chiedendo gli di avere un luogo in cui risiedere: «Come avete fatto con gli armeni – dicevano – ai quali, dopo averli scacciati dal centro della città, avete assegnato un altro posto in cui abitare, così fate anche con noi, consentendoci di stabilirei in un qualunque punto della periferia cittadina in cui a poco a poco possiamo costruirei delle case. Quella sarà la nostra dimora fissa ora che abbiamo abbandonato la città».
Ma l’ehtim al-dawla, dopo essersi consultato con gli altri nobili persiani, indicò loro una località distante da Isfahan di nome Gozaldar, situata nei pressi di Muthallath-Imam: un sito del tutto inadatto e privo di risorse, in primo luogo perché era lontano dalla città e poi perché l’acqua era scarsa, tanto più che, se anche si provava a farla arrivare da fuori, essa non vi giungeva a causa della distanza. E se vi si scavava un pozzo, l’acqua non sgorgava da quel suolo montuoso e pietroso, che era stato scelto apposta per far soffrire e ridurre alle strette gli ebrei qualora vi si fossero insediati. Quindi essi non poterono trasferirvisi e rimasero a vivere fuori città, in isolamento.
In seguito, l’ehtim al-dawla decise di aumentare progressivamente le sofferenze degli ebrei. Vi era da tempo immemorabile, alla periferia della città e lontano da tutti gli edifici abitati, un luogo circondato da un’alta muraglia e provvisto di una porta, all’interno del quale non vi era un so-o fabbricato, ma soltanto il muro che formava la cinta difensiva.
Egli ordinò di assegnare un soldato persiano a ogni coppia di ebrei al fine di tormentarli; di catturare e condurre in catene all’interno delle mura tutti gli esponenti della comunità ebraica che i suoi uomini riuscissero a scovare, di cospargere d’acqua l’intera superficie del suolo e di farli sedere lì senza vestiti. Poiché allora (1658) si era nella fredda stagione autunnale, l’acqua non era solo fresca, ma ghiacciata; inoltre, gli ebrei rimasero tre giorni e tre notti a digiuno, senza toccare cibo: infatti non solo nessuno gliene dava, ma quando i loro compatrioti, che erano rimasti fuori, portavano loro del pane e lo gettavano oltre le mura, all’interno della cinta, i soldati lo prendevano e se lo mangiavano loro. Poi l’ehtim al-dawla li fece portare via di lì e condurre in prigione. Quindi sottopose al sadr, il capo della religione persiana, il seguente quesito: «Se queste persone non acconsentono ad abbracciare la nostra fede, cosa dobbiamo fare? Dobbiamo convertirle con la forza oppure no?». «La nostra legge – rispose il sadr – non consente di convertire la gente con la violenza». «Allora che devo fare?», riprese il ministro. «Questo non è affar mio, ma tuo» ribatté il sadr.
Avendo nuovamente convocato gli ebrei alla sua presenza, l’ehtim al- dawla li invitò a sottomettersi e ad abbracciare la fede di Maometto: «Chiunque lo farà – aggiunse – riceverà da me due tuman⁵⁸, sarà liberato dai tormenti e siederà in pace nella sua casa; colui che per primo professerà la nostra fede avrà l’autorità di un capo». […]
[Uno di loro, Ovadia, rinnegò il giudaismo e divenne consigliere dei persiani.] Su suo consiglio, essi si affrettarono a cercare il hakham [rabbino-ca- po], un uomo di nome Sa’id, e, quando lo ebbero trovato, lo condussero dall’ehtim al-dawla che gli disse: «Cedi alle mie esortazioni, obbedisci all’ordine del re; andiamo, abbraccia la fede musulmana e io ti colmerò di doni e di benefici», Ma anziché acconsentire, il hakham rispose con un rifiuto, e, per quanto i nobili insistessero, egli tenne duro e chiese soltanto di rientrare a casa sua. Dopo che lo ebbero congedato, il rinnegato Ovadia, che in quel momento si trovava lì, li incitò a trattenerlo in custodia presso di loro, cosa che i nobili decisero di fare. Il giorno dopo egli venne richiamato nella sala del diwan [Consiglio], e nuovamente invitato ad abbracciare la fede musulmana, ma anche questa volta rifiutò. Il terzo giorno si ripeté la stessa trafila, con identico risultato. Infine, l’indomani, dopo molte parole e promesse, fu emessa la sentenza a carico del hakham: «Se non si convertirà alla religione islamica, gli sarà squarciato il ventre e sarà portato in giro per la città legato a un cammello; quanto ai suoi beni e ai suoi familiari, saranno consegnati al saccheggio». Una volta pronunciata la sentenza, fu portato un cammello ed egli vi fu fatto sedere sopra, poi entrarono i carnefici che gli scoprirono il ventre e lo percossero con una spada sguainata, dicendogli che, se non avesse abiurato, glielo avrebbero squarciato. La paura della morte, unita all’affetto per i familiari, lo indusse a cedere e a pronunciare la professione di fede musulmana, con cui aderiva alla religione islamica, il che fu fonte di gioia indicibile per i persiani.
Dopo che ebbero costretto il hakham alla conversione, iniziarono a convocare gli ebrei al diwan, uno o due alla volta, e a dire loro: «Che motivo avete di perseverare nella vostra resistenza dal momento che il hakham ha già fatto la sua professione di fede?». E poiché costoro tenevano duro, i nobili li fecero imprigionare dai soldati. Furono fatti uscire [dal carcere], ricondotti dentro e riportati fuori [presso il diwan] più volte, e durante il tragitto i soldati, gli schiavi e i servi dei nobili che si trovavano sul posto sputavano loro addosso, li insultavano, li percuotevano, li schiaffeggiavano, li gettavano a terra e li trascinavano, dopodiché li riconducevano al cospetto dell’ehtim al-dawla e dei nobili, che tentavano di strappare loro la professione di fede musulmana. Se gli ebrei, volenti o nolenti. per paura di morire la pronunciavano, subito i persiani facevano indossare ai rinnegati abiti nuovi, regalavano loro due tuman presi dal Tesoro reale e li lasciavano tornare a casa. Quelli che resistevano venivano trattenuti in prigione; poi, per due o tre volte e spesso anche di più, venivano riportati in tribunale e sottoposti a pressioni perché abiurassero. In questo modo tutti i prigionieri furono costretti ad aderire alla religione islamica: nel giro di un mese, 350 uomini divennero musulmani. Da allora, ossia da quando metà degli ebrei ebbe abbracciato la fede maomettana, il loro ascendente sui persiani scomparve a tutto vantaggio di costoro; non fu più permesso loro neppure di esistere, visto che ogni giorno erano condotti con la forza davanti all’ehtim al-dawla e costretti a convertirsi all’islamismo.
I persiani misero tanta determinazione nelle violenze finalizzate alla loro conversione che tutti gli ebrei residenti a Isfahan, a dire il vero non molti – circa 300 famiglie -, aderirono alla religione maomettana.
Infine, a coronare il tutto, fu imposto loro un mulla musulmano incaricato di istruirli nella legge islamica, di condurli assiduamente al luogo del culto, di farli pregare in persiano, di insegnare ai loro figli la letteratura e la storia persiane; inoltre gli ebrei furono costretti a dare le loro figlie in spose a uomini musulmani, a sposare essi stessi donne musulmane, a non sgozzare gli animali vivi secondo il loro antico metodo⁵⁹ e ad acquistare la carne nelle botteghe dei macellai musulmani. In una parola, furono assoggettati a una miriade di usanze persiane. Tuttavia c’erano degli ebrei che non frequentavano la moschea ed evitavano ogni contatto con i persiani; inoltre, invece di comprare la carne in macelleria, uccidevano in segreto delle pecore in casa propria, oppure non ne acquistavano per molti giorni. Se di tanto in tanto, per paura dei traditori, andavano ad acquistare la carne alla macelleria persiana, la portavano in giro con grande ostentazione e disinvoltura perché tutti la vedessero, e poi, una volta a casa, anziché mangiarla la davano ai cani. Da questa, e da molte altre strategie analoghe messe in atto dagli ebrei, emerge che essi non intendevano affatto rinnegare il giudaismo. […]
Quindi gli ebrei, nei raduni riservati alla loro etnia, non seguivano i precetti dell’islam, ma quelli del giudaismo: «Ogni anno – dicevano – mettiamo da parte l’importo che dobbiamo versare annualmente al fisco reale e lo capitalizziamo nel nostro tesoro, per poterlo pagare subito, alla prima esazione, e avere salva la vita. Quanto ai due tuman che ci hanno dato in cambio della nostra apostasia, li conserviamo e ne ricaviamo un interesse annuale, per far fronte alle richieste persiane in caso di riscossioni straordinarie». Questa è dunque la natura delle relazioni tra persiani ed ebrei al momento in cui scriviamo, ossia nell’anno 1109 […]. Quanto al futuro, Dio solo lo conosce. Bisogna inoltre sapere che, all’epoca in cui gli ebrei furono convertiti – volenti o nolenti – alla fede di Maometto, l’ehtim al-dawla ottenne dai re l’ordine, esteso a tutti i capi delle province dell’Impero persiano, di costringere tutti gli ebrei presenti in qualunque paese e città del regno – singoli o comunità -, a rinnegare il giudaismo. Se si sottomettevano di buon grado, tanto meglio; quanto ai recalcitranti, dovevano essere indotti ad abbracciare la legge islamica con la forza e le torture. Appena il decreto reale giungeva in un luogo, vi si diffondeva con la forza di un incendio che divampi tra i canneti. Gli ebrei venivano subito radunati e costretti a obbedire all’editto supremo, ma non tutti si sottomettevano: alcuni vi sfuggivano con i doni, con la fuga o con l’astuzia. Quelli che restavano, essendo stati presi alla sprovvista, aderivano volenti o nolenti alla religione islamica, perlomeno in apparenza e agli occhi dei persiani, ma in realtà continuavano a professare in segreto i precetti del giudaismo.
Gli ebrei residenti nelle città persiane non ebbero altra scelta se non conformarsi, almeno apparentemente, alle leggi del paese. Fu quanto accadde a Kashan, Qum, Ardavel, Tabriz, Qazbin, Lar, Shiraz, Banderi-i-Qum, Vi si sottrassero invece con i doni, con la fuga o con astuti espedienti gli abitanti di Culpekian, Khunsar, Bandar, Shushtar, Hamadan e Yezd, del Kirman, del Khorasan, di Dumavand, di Astarbad, del Gilan e dei villaggi adiacenti a Phahrabad.
Per quanto riguarda coloro che vivevano nella città stessa di Phahrabad, essi resistettero apertamente all’ordine reale e non aderirono alla fede maomettana. Avendo appreso che gli ebrei di Isfahan l’avevano abbracciata, il loro governatore, il principe Mirza-Satgh, decise di costringerli con la forza a fare altrettanto prima ancora di ricevere il decreto del re. Allora gli ebrei, turbati dalle sue violenze, gli dissero in faccia: «Se non hai ricevuto un ordine supremo in questo senso, perché ci tormenti?». Queste parole ridimensionarono un po’ la sua arroganza, ma nel suo cuore rimase un vivo risentimento; tuttavia, attese pazientemente fino a che non ebbe ricevuto il decreto. Allora mandò a chiamare gli ebrei e li apostrofò così: «Cos’avete da dire ora? Ecco l’ordine supremo: sottomettetevi a esso e diventate musulmani».
Ma gli ebrei persistettero senza cedimenti di sorta nella loro opposizione, dicendo: «Noi non accettiamo la legge di Maometto e non rinunceremo alla religione dei nostri padri; fa’ pure di noi quello che vuoi». Per ridurli all’obbedienza il principe ricorse a vari tipi di tortura: alcuni venivano appesi a un palo e bastonati fino a lasciarli senza fiato; altri soffocati nell’acqua del lago, poi tirati fuori e malmenati. Inoltre egli inviò dei soldati a saccheggiare le loro case e profanare le loro donne, ordine che essi eseguivano con bramosia anche nei confronti delle ragazze e dei ragazzi. Gli ebrei del paese erano ricchi e agiati, e poiché molti di loro possedevano al mercato botteghe e dukan [negozi] dove commerciavano in tessuti pregiati e argenteria, il principe dei musulmani ordinò di saccheggiare i loro lussuosi negozi, e il suo comando fu prontamente eseguito.
Più di 100 ebrei vennero arrestati, e poi, con il collo cinto da una lunga e pesante catena di ferro – che portavano stando in fila poiché ce n’era una sola -, furono trascinati senza sosta alla porta del principe per essere giudicati, e quindi ricondotti in prigione.
Le cose andavano avanti così da tre o quattro mesi quando il principe, stancatosi egli stesso della situazione, prese questa decisione: «Dal momento che rifiutate di rinnegare il giudaismo, mettetevi addosso un segno che faccia sapere a tutti che siete ebrei». Ed essi accolsero prontamente la proposta di portare tale segno.
Gli ebrei dovettero ancora subire molti tormenti e angherie, fino a che i persiani stessi si stancarono e smisero completamente di perseguitarli. Liberati in tal modo dalle mani dei persiani, essi perseverano a tutt’oggi nella fede dei loro padri.⁶⁰ Sia gloria in eterno a Dio, che conosce il futuro! Amen⁶¹.

Arakel di Tabriz

 

Deportazione degli armeni dell’Ararat (1735)

Dopo la partenza [da Tiflis, Georgia, settembre 1735] del Khan [Nadir Shah], io rimasi a Tiflis [Tbilisi] tre giorni. Infatti il temibile signore aveva ordinato di far uscire dalla città, come già aveva stabilito per l’Ararat, 300 famiglie, e di trasferirle nel Khorasan. Anche il Khàn.di Yerevan, il kalantar e il melilk⁶² avevano ricevuto l’ordine di registrare 300 famiglie, di strapparle, volenti o nolenti, dalle loro abitazioni, e di farle emigrare. Nel registro figuravano i nomi di altrettante famiglie di Tiflis. La gente si radunò in una chiesa, e, dal momento che molti ave- vano saputo della partenza e dell’arresto dei loro connazionali, accorsero nel luogo in cui alloggiavo. Si levarono mormorii, lamenti e grida che si innalzavano fino al cielo; si udivano pianti, gemiti e lamenti; le persone si rotolavano per terra, mi scongiuravano di chiedere al Khan di liberarle e di non condurle in terra straniera. Afflitto dallo spettacolo delle sofferenze del mio popolo – degli uomini come delle donne -, con il cuore pesante, straziato e grondante lacrime di sangue, presi a bussare alle porte dei potenti, pregando, scongiurando e supplicando con insistenza di salvarlo da simile sventura. Grazie a Dio, certi argomenti addolcirono il cuore del Khan, che accordò loro la grazia in cambio di 3000 tuman e 3000 sacchi di grano: essi li raccolsero e furono ritenuti liberi. Quanto alle 300 famiglie dell’ Ararat, malgrado i miei aspri tormenti e le mie incessanti fatiche, non ottenni nulla. Egli ordinò di fornire loro, a spese del fisco, due bufali per ogni casa, per trasportare quello che volevano; ciascuno di coloro che restavano dovette dare tre buoi, tre mucche, tre litras⁶³ di oggetti in rame, tre pezze di stoffa, tre lheps <?> di farina e frumento e un tuman d’argento in favore di ogni famiglia di emigranti⁶⁴.

Abramo di Creta

 

Palestina

Ebrei e cristiani a Gerusalemme (1700)

Noi [ebrei] fummo costretti a dare una grossa somma di denaro alle autorità musulmane di Gerusalemme affinché ci consentissero di costruire una nuova sinagoga. Infatti, benché quella vecchia fosse troppo piccola e noi volessimo ingrandirla solo in misura minima, in base alla legge islamica era proibito apportarvi anche la più lieve modifica […]. Oltre a quello che spendevamo in mance per guadagnarci il favore dei musulmani, ogni maschio [ebreo] era tenuto a pagare annualmente al sultano un testatico che ammontava a due pezzi d’oro. Il ricco non doveva dare di più, ma il povero non poteva dare di meno. Ogni anno, generalmente durante il periodo di Pasqua, arrivava a Gerusalemme un agente fiscale di Costantinopoli. Chi non aveva i mezzi per pagare l’imposta veniva gettato in prigione e la comunità ebraica doveva riscattarlo. L’agente restava a Gerusalemme per circa due mesi; pertanto in questo periodo i poveri si nascondevano dove potevano; ma, se per caso venivano scoperti, il loro riscatto veniva pagato con i fondi comunitari⁶⁵. L’agente inviava dei funzionari per le strade a controllare i documenti dei passanti: infatti a quanti avevano già pagato la tassa veniva rilasciato un attestato, per cui, se i funzionari trovavano qualcuno sprovvisto di tale attestato, egli doveva presentarsi all’agente con la somma richiesta; in caso contrario veniva imprigionato finché non andavamo a riscattarlo […]⁶⁶.
Anche i cristiani sono obbligati a versare il testatico […]. Tuttavia i musulmani non hanno il diritto di esigere il pagamento della tassa durante lo shabbat o nei Giorni Santi⁶⁷. Pertanto in quei giorni noi siamo soliti camminare liberamente per le strade, ma durante la settimana i poveri non osano farsi vedere in giro. I funzionari inoltre non hanno il diritto di effettuare controlli porta a porta per riscuotere l’imposta, e a maggior ragione nei nostri luoghi di culto. Ma essi si presentano alla sinagoga per pura malvagità, e, stando sulla porta, chiedono ai fedeli che ne escono di esibire l’attestato di pagamento […]. Nessun ebreo o cristiano ha il diritto di montare a cavallo, mentre è loro consentito usare l’asino perché [agli occhi dei musulmani] i cristiani e gli ebrei sono esseri inferiori […]⁶⁸.
l musulmani proibiscono a chiunque professi un’altra religione – a meno che prima non si converta alla loro – l’accesso all’area del Tempio: a fermano infatti che nessun’altra fede è abbastanza pura da poter accedere a questo luogo santo. Essi ripetono in continuazione che, sebbene Dio un tempo avesse eletto a suo popolo gli ebrei, poi li aveva abbandonati a causa della loro iniquità, per scegliere invece i musulmani […]⁶⁹.
In terra d’Israele nessun seguace di un’altra religione che non sia l’islam è autorizzato a portare il colore verde, neppure se si tratta di un filo di cotone come quelli con cui siamo soliti ornare i nostri scialli della preghiera⁷⁰. Se un musulmano lo nota, ciò può essere pericoloso […]. Analogamente, non è permesso portare un turbante verde o bianco. Allo shabbat tuttavia indossiamo turbanti bianchi, mettendo sulla sommità di essi un pezzo di stoffa di un altro colore come segno distintivo […]⁷¹.
I cristiani non hanno il diritto di portare il turbante, ma al suo posto indossano il cappello, secondo l’uso polacco. Inoltre la legge islamica esige che i membri di ogni confessione religiosa portino gli specifici indumenti che sono stati loro assegnati, affinché ciascuna di esse possa essere distinta dalle altre. Questa distinzione si applica perfino alle calzature: infatti gli ebrei indossano scarpe di color blu scuro, mentre quelle dei cristiani sono rosse. Nessuno può usare il verde, perché tale colore è riservato unicamente ai musulmani⁷². Questi ultimi si mostrano particolarmente ostili nei confronti degli ebrei e infliggono loro numerose vessazioni per le strade. È raro però che i notabili turchi oppure arabi facciano torto agli israeliti quando li incontrano, mentre il popolino li perseguita perché sa che non hanno il diritto di difendersi dai turchi o dagli arabi. Se infatti un arabo colpisce un ebreo, costui deve cercare di placarlo ma senza rimproverarlo, per evitare che l’altro lo colpisca ancora più forte, cosa che i musulmani fanno senza alcuno scrupolo. Così si comportano gli ebrei orientali, che sono già avvezzi a tali trattamenti, mentre quelli europei, che non sono ancora abituati a subire violenze da parte degli arabi, li insultano […].
Anche i cristiani sono soggetti a vessazioni simili. Se un ebreo offende un musulmano, quest’ultimo gli sferra brutalmente un calcio con la scarpa per mortificarlo, e nessuno può impedirgli di farlo. I cristiani sono vittime dello stesso trattamento e soffrono quanto gli israeliti, solo che essi, grazie ai sussidi che ricevono dagli stranieri, sono molto ricchi, e usano tali ricchezze per corrompere gli arabi. Quanto agli ebrei, essi dispongono di ben poco denaro per «ungere le ruote» ai musulmani, perciò le loro sofferenze sono assai più grandi⁷³.

Gedaliah di Siemiatycze

 

Egitto

Opinione di un giurista egiziano del XVIII secolo

Come dice Badr⁷⁴ nel al-Durar al-naja’is, citando Abu ‘Ubayd⁷⁵, l’origine delle città musulmane varia a seconda delle caratteristiche locali. Ad esempio Medina, Ta’if e Yaman furono il risultato di negoziati e di contratti di pace; [altre], come Il Cairo, Kufa, Bassora, Baghdad e Wasit, sorsero in aree disabitate che furono delimitate e poi popolate da musulmani; [infine] bisogna considerare tutti i villaggi che vennero conquistati con la forza, e che il califfo non ritenne opportuno restituire a coloro ai quali erano stati sottratti.
Vi sono città islamiche in cui i «popoli protetti» [dhimmi] non possono usare apertamente nessuno dei loro simboli religiosi: ad esempio edificare una chiesa, esibire vino o carne di maiale, suonare le campane. Secondo l’opinione unanime dei giuristi, in queste città non può sorgere alcuna nuova sinagoga, chiesa, monastero o luogo di preghiera. Abbiamo già segnalato in precedenza che la nostra città, Il Cairo, è di origine islamica; essa fu fondata dopo la conquista dell’Egitto, durante il regno dei fatimidi. Ecco perché al suo interno non può essere costruita alcuna chiesa, sinagoga o altro edificio di culto.
Tra coloro che lo affermano va annoverato il mufti islamico nonché erudito hanafita shaykh Qasim ibn Qutlubugha⁷⁶ discepolo di Ibn al-Humam⁷⁷. I testi della sua scuola sono unanimi nel proibire la costruzione di chiese e altri monumenti analoghi di proprietà dei dhimmi in tutto il territorio islamico. Quindi com’è possibile che ciò sia consentito in questa colonia islamica, in questa città in cui l’incredulità non ha mai preso piede sin dal momento della sua fondazione? Il Profeta – pace e benedizione su di lui – ha detto: «Niente castrazione né chiese nell’islam». Ora, il termine per «castrazione», khisa, che segue lo schema fi’al ⁷⁸, è il sostantivo verbale di khsy, «castrare». Il nesso tra «castrazione» e «chiesa» sta nel fatto che l’erezione di una chiesa in territorio musulmano comporta la perdita della virilità da parte dei suoi abitanti, proprio come la castrazione implica di fatto la perdita della virilità da parte degli animali, sebbene, nel nostro contesto, la parola alluda a una disaffezione nei confronti delle donne generata da un eccessivo attaccamento alle chiese. La connessione è evidente, Dicendo: «Niente chiese», il Profeta intendeva: «Nessuna costruzione di chiese», ossia esprimeva un divieto, quello per cui non può essere edificata alcuna chiesa in territorio islamico in quanto ciò Implica la perdita della virilità per quanti vi abitano, il che non può essere consentito, così come è vietato privare gli uomini della virilità mediante castrazione⁷⁹.
Sebbene alcuni dati siano già ricavabili dalle precedenti affermazioni, sappi che, come ai dhimmi è proibito costruire chiese, così essi sono soggetti ad altre interdizioni. In primo luogo non devono recare aiuto a un miscredente a danno di un musulmano, arabo o meno, né devono rivelare al nemico i punti deboli dei musulmani, ad esempio la loro eventuale impreparazione al combattimento. Inoltre, i dhimmi non devono imitare i musulmani nel modo di vestire, indossare uniformi militari, ingannare o colpire un musulmano, innalzare la croce in un’assemblea islamica, lasciare che i maiali escano dalle loro case ed entrino nei cortili dei musulmani, esibire bandiere durante le loro ricorrenze o portare armi nei loro giorni festivi, anzi, non devono portarle affatto e nemmeno tenerle in casa. Se fanno una di queste due cose, devono essere puniti e le loro armi confiscate. Nessun ebreo né cristiano ha il diritto di andare a cavallo, con o senza sella. Essi possono invece montare un asino, ma con il basto. Non devono portare né la qaba né abiti di seta, e neppure il turbante, ma una qalansuuia [alto berretto conico] imbottita. Se passano vicino a un gruppo di musulmani, devono scendere dall’asino, che peraltro possono usare solo in caso di necessità, malattia o partenza per la campagna; comunque, anche in questi casi bisogna lasciare loro solo uno spazio ristretto. Essi non devono imitare il modo di vestire delle persone istruite e onorevoli, né indossare indumenti lussuosi, di seta o di altri tessuti pregiati. Devono distinguersi da noi nell’abbigliamento secondo gli usi propri di ciascun luogo, e non usare ornamenti, così da sottolineare la loro umiliazione, la loro sottomissione e la loro mortificazione. Perfino i lacci delle loro calzature non devono essere simili ai nostri, e, dove si usano scarpe chiuse e senza lacci, le loro devono essere grossolane e di colori sgradevoli. I Compagni [del Profeta] si sono trovati d’accordo su tali misure, che hanno la funzione di evidenziare l’avvilimento dell’infedele e di tutelare la fede del musulmano poco fervente. Infatti, se costui lo vedrà umiliato non sarà attratto dalla sua fede, al contrario di quanto accadrebbe se gli apparisse potente, fiero o rivestito di abiti lussuosi, cosa che potrebbe indurlo a stimarlo e ad avvicinarsi a lui, viste la sua miseria e la sua povertà. In breve, la stima per l’infedele è mancanza di fede. Nel trattato al-asbah wa-al-naza’ir⁸⁰si dice: «La deferenza per l’infedele è la mancanza di fede. Chi saluta un dhimmi con deferenza è colpevole di infedeltà. Chi, rivolgendosi a un magio⁸¹, gli dice in tono deferente: “O Maestro”, è reo di incredulità. È così perché essi sono i nemici del nostro diletto, il Signore dei Messaggeri, e chi onora i nemici del suo diletto umilia il suo diletto. Ecco perché è proibito nominare funzionario un infedele. Lasciare che egli prenda il sopravvento su un musulmano conferendogli il potere di picchiarlo, di imprigionarlo o di opprimerlo per estorcergli del denaro fa dell’infedele un esattore fiscale nei confronti del musulmano. Il tutto per conto di un capotribù o di un dignitario che, per ragioni meramente temporali e disprezzando la punizione che ci attende nell’aldilà, non teme le conseguenze della scelta di conferire al miscredente potere sul credente. Se l’infedele ha agito in questo modo, egli ha violato il patto [dhimma] con i musulmani citato in precedenza, e può essere messo a morte».
Kamal ibn al-Humam [morto nel 1457] dice: «L’infedele dhimmi che si innalza al di sopra dei musulmani in modo tale da opprimerli può essere messo a morte dal califfo».
È proibito assegnare loro un posto d’onore in un’assemblea di musulmani, manifestare amicizia nei loro confronti e salutarli.
Se avete salutato qualcuno che credevate musulmano, per poi scoprire che si trattava di un dhimmi, ritirate il vostro saluto adducendo il pretesto: «Ha risposto al mio saluto». Se uno di loro vi saluta, rispondetegli solo: «Altrettanto a te». Se siete in corrispondenza con un dhimmi, usate la formula: «Saluti a chi segue la retta via», ma evitate di congratularvi con lui, di consolarlo o di fargli visita a meno che non speriate di convertirlo all’islam. Se è questo che vi aspettate, andate pure a trovarlo e proponetegli I’islam.
L’infedele non può costruire una casa più alta di quella del suo vicino musulmano, anche se questa è molto bassa e se il musulmano accetta senza problemi l’altezza della sua casa. Egli non ha il diritto di acquistare una cavia del Corano o un testo di diritto islamico o relativo alla tradizione profetica⁸², né di prenderli in pegno, poiché questo non sarebbe corretto. Come si è già detto in precedenza, non bisogna alzarsi di fronte a lui e salutarlo per primi. Se insieme all’infedele che vi accingete a salutare c’è un musulmano, porgete a lui il vostro saluto, e non lasciatevi andare a espressioni del tipo: «Come va? Come stai? Come ti senti?».
È invece consentito dire: «Che Dio ti onori e ti guidi», sottintendendo: «All’ìslam», come pure: «Che Dio ti conceda una lunga vita, grandi ricchezze e molti figli» perché questo implica il pagamento di numerose imposte pro capite.
Come i musulmani devono differenziarsi nettamente dagli infedeli in vita, così anche le loro tombe devono essere chiaramente distinte da quelle dei miscredenti, ed essere situate lontano da esse⁸³.

al-Damanhuri

 

Turchia

Lettere degli ambasciatori britannici a Costantinopoli (1662-1785)

Lettera di sir James Porler a sir Williarn Pitt, Londra
Costantinopoli,3 febbraio 1758
[…] Le proibizioni relative all’ abbigliamento dei cristiani e degli ebrei, che vietano loro qualsiasi indumento che non sia di tessuti modesti e di colore nero o bruno, nonché quelle concernenti i copricapi e gli stivali, sono applicate con il più grande rigore e con una forma sino a oggi sconosciuta, che preoccupa molto tutti coloro che non sono maomettani, e li induce a temere di incorrere in terribili punizioni: eppure ciò sembra del tutto naturale se si considera che proviene da un principe devoto e ascetico [il sultano Mustafa III]⁸⁴.

Lettera di sir John Murray a lord Thomas Weymouth, Londra
Costantinopoli, 17 settembre 1770
[…] Il Bostanci Bashi⁸⁵ è cambiato, e il nuovo funzionario ha immediatamente emanato dei decreti [in base ai quali] nessun greco, armeno o ebreo deve farsi vedere fuori di casa mezz’ora dopo il crepuscolo; pertanto, se incontrasse per strada uno qualunque [di loro] dopo l’ora [stabilita], lo farebbe impiccare senza distinzioni. Si suppone che la ragione di questo editto sia che i turchi escono travestiti con abiti [non musulmani]⁸⁶.

 

Marocco (XIX secolo)

Lettera del sultano del Marocco Mulay Abd al-Rahman (1822-1859) al con- sole di Francia a Tangeri (1841)
Gli ebrei del Nostro fortunato Paese hanno ricevuto garanzie delle quali beneficiano in cambio del rispetto delle condizioni imposte dalla Nostra Legge religiosa ai popoli che godono della protezione [dhimma]: tali condizioni sono state osservate, e lo sono tuttora, dai Nostri correligionari. Se gli ebrei le rispettano, la nostra Legge vieta di versare il loro sangue e ordina di rispettare i loro beni, ma se violano anche una sola di esse, la Nostra Legge autorizza a versare il loro sangue e ad appropriarsi dei loro beni. La Nostra gloriosa religione attribuisce loro unicamente i marchi della mortificazione e dell’avvilimento, per cui il solo fatto che un ebreo alzi la voce contro un musulmano costituisce una violazione delle condizioni su cui si basa la protezione. Se «in casa vostra» essi sono uguali a voi in tutto e per tutto, se sono assimilati a voi, questo va benissimo per il vostro paese, ma non per il Nostro. Tuttavia il vostro status nei Nostri territori è diverso dal loro: voi siete dei «riconciliati», mentre loro sono dei «garantiti».
Così, se uno di loro viene a commerciare nel Nostro fortunato Impero, deve conformarsi agli stessi obblighi a cui sono soggetti i «protetti» in casa Nostra, e portare gli stessi segni esteriori [di discriminazione]. Colui che non è disposto a osservare tali obblighi, non deve far altro che restare nel suo paese, poiché noi non abbiamo bisogno dei suoi commerci se essi sono esercitati in condizioni contrarie alla Nostra Legge benedetta. […]
[Lettera] terminata il 20 del mese sacro di dhu al-Hiija⁸⁷ dell’anno 1257 ⁸⁸.

Eugène Fumey

 

Afghanistan

Cacciata degli ebrei da Mashhad (1839) e da Herat (1857-1859)

Nell’anno 1839, in seguito a un’ondata di diffamazioni, il giovedì 13 del mese di nisan [marzo-aprile] i musulmani insorsero contro i nostri padri, e minacciarono di uccidere e annientare tutti gli ebrei [di Mashhad] e di spogliarli di tutti i loro beni se non si fossero convertiti all’islam. Trentun ebrei furono trucidati, e, se non fosse stato per la grazia di Dio, saremmo morti tutti. […] Qualche tempo dopo, coloro che desideravano rimanere fedeli alla parola di Dio lasciarono la città di Mashhad e si recarono a Herat [Afghanistan nord-occidentale], dove, a partire dal 1840, vissero in pace e al sicuro per 15 anni. […] Ma nel- l’anno 1856, a causa dei nostri numerosi peccati, l’esercito di Nasser al-Din Shah Qajar⁸⁹ attaccò e tenne sotto assedio per nove mesi la città di Herat. Alla fine del mese di tishri [ottobre] 1857, la città cadde senza colpo ferire, in seguito a un tradimento. Da allora, [gli assalitori] cominciarono a umiliarci con accuse di ogni genere e a minacciarci dicendo: «Voaivete perpetrato questo o quel crimine, e quindi noi vi puniremo in questo o quel modo». Ci calunniarono con accuse menzognere al cospetto del nostro re e dei suoi principi, persuadendoli a bandirei dalla città e a inviarci in esilio a Mashhad. Così, il 15 sebat [gennaio-febbraio] del 1858 gli aggressori piombarono su di noi sferrando colpi mortali e dicendo: «Uscite dalle vostre case: è un ordine del re». Poi sbatterono tutti – uomini, donne e bambini – fuori di casa, senza risparmiare nemmeno i vecchi e i lattanti, senza misericordia né compassione⁹⁰. Tutta la città risuonava dei lamenti dei poveri e degli orfani. Non avemmo neppure il tempo di raccogliere i nostri effetti personali e di preparare delle provviste perché, nel giro di tre giorni, tutti gli ebrei furono cacciati dalla città e radunati in un luogo chiamato Musalla. Il 19 sebat iniziarono a deportarci, e per 30 giorni avanzammo senza sosta, circondati da soldati musulmani, Faceva freddo, dal cielo cadevano neve e grandine, e molte persone perirono lungo il cammino a causa del freddo estremo, della penuria di viveri e di innumerevoli altre calamità. Giungemmo a Mashhad nel mese di adar [febbraio-marzo], ma non fummo autorizzati a entrare in città: fummo invece rinchiusi in un recinto per animali all’interno della fortezza conosciuta come Bab Qudrat. Esso non era altro che una prigione, e le sue anguste dimensioni accrebbero la nostra vergogna e la nostra umiliazione. Per le enormi sofferenze, alcuni dei nostri fratelli si convertirono all’islam. Di noi si sarebbe potuto ben dire: «Di fuori la spada li priverà dei figli, dentro le case li ucciderà lo spavento» [Dt. 32,25], perché i nostri carcerieri ci picchiavano tutti i giorni con grande brutalità e ci estorcevano l’importo del noleggio dei cammelli che avevamo portato con noi […]; inoltre, eravamo tormentati dalle malattie e dalla pestilenza, e molti di noi morirono.
Soffrimmo infinite altre sventure che sarebbe tedioso elencare, perché, come si suol dire, «La prigionia è peggio della spada della morte» [TB, Baba Baihra, 8b)9′. Restammo lì per due anni interi, fino a che in Cielo i nostri peccati furono perdonati, e il re si decise a permetterei di tor- nare alle nostre case. Partiti da Mashhad nel mese di kislev [novembre- dicembre] del 1859, arrivammo a Herar il lunedì 13 tebet [dicembre- gennaio], e ciascuno poté rientrare a casa propria⁹².

Mattatia Garji

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¹ Si tratta del califfo Harun al-Wathiq (842-847).
² Al-Mutawakkìl regnò dall’847 all’861. [Il calendario islamico parte dal 622, l’anno dell’egira di Maometto da Medina a La Mecca; tuttavia, poiché si tratta di un calendario lunare, per determinare le corrispondenze tra anno islamico e anno gregoriano non è sufficiente sottrarre 622 a quest’ultimo, ma occorre utilizzare una speciale formula N.d.T].
³ Bar Hebraeus [AbG al-Fara] ibn Harun al-Malati] The Chronography of Gregory Abu’l Faraj, the Son of Aaron, the Hebrew Physician Commonly; Know as Bar Hebraeus, trad. di Ernest Alfred WaHis Budge, 2 voll., Oxford University Press, Oxford 1932, vol. 1, p. 141 [Gorgias Press LLC, Piscataway (USA) 2003; http://rbedrosian.com/BH/bh.html N.d.T].
⁴ Ivi p. 183.
⁵ Si tratta in realtà dell’imam di Egitto e Siria: infatti i califfi fatimidi, antagonisti di quelli abbasidi e omayyadi, preferivano definirsi imam, in linea con la tradizione sciita a cui appartenevano [N.d.T].
⁶ È la chiesa del Santo Sepolcro, chiamata anche chiesa della Resurrezione dai cristiani di rito ortodosso [N.d.T].
⁷ Bar Hebraeus, The Chronography ofGregory Abu’l Faraj cit., vol. 1, p. 184. R Johannes Obadiah era il figlio di un condottiero normanno, Drochus. signore del feudo di Oppido Lucano, in Basilicata, all’epoca (XI secolo) sotto il dominio normanno. Mentre suo fratello, Rogier, fu cavaliere e poi barone delle sue terre, Johannes prese gli ordini religiosi, ma nel 1102 si convertì all’ebraismo (di qui l’appellativo di proselito), assunse il nome di Obadiah e, subito dopo la prima Crociata, si trasferì in Medio Oriente e scrisse estesamente delle sue esperienze in molte di quelle regioni. Nulla di certo si sapeva di lui fino al XX secolo, quando importanti frammenti delle sue memorie furono scoperti tra le collezioni di manoscritti Geniza di Il Cairo (si tratta dei circa 200.000 documenti rinvenuti nel 1864 da Jacob Saphir nella geniza, cioè nel deposito di documenti, della sinagoga Ben Ezra di Il Cairo, risalenti ai secoli IX-Xlll) e di altre biblioteche europee e americane. Le pagine erano sufficientemente ben conservate, tanto da permettere di gettare luce su vari eventi storici non documentati in nessun’altra fonte, nonché di ricostruire la sua identità di proselito e di musicista grazie alle minuziose indicazioni geografiche e topografiche presenti nella sua Cronaca e alle indagini di Shlomo Dov Goitein, Alexander Scheiber, Normann Golb e Leo Levi http://www.oppidolucano.net/cultura/ obadiah.html [N.d.T].
⁸ Il termine «caratteri sacri» non designa le semplici lettere dell’ alfabeto ebraico, ma l’antico ebraico, noto come paleoebraico. usato ai tempi di Mosè e di Davide [N.d.T.].
¹⁰ Alexander Scheiber, The Origins of Obadyah, the Norman Proselyte, «JJS»5, n. 1, 1954, p. 37.
¹¹ Hady Roger Idris, Contributions à l’histoire de l’Ifriqiya (d’après le Riyad an Nufas d’Abu Bakr EI-Maliki), «REI», n. 9, 1935, p. 142 [L’allusione alle scimmie e ai maiali è tratta da Corano Y,60 N.d.T.].
¹² I kharijiti (lett. «coloro che uscirono») sono un movimento separatista sorto in seno all’islam in seguito all’uccisione del terzo califfo ‘Uthman (656) e all’avvento al potere di ‘Ali, quarto califfo legittimo per i sunniti, nonché primo califfo legittimo e primo imam per gli sciiti. I kharijiti, inizialmente seguaci di ‘Ali, in seguito si separarono da lui e dalla umma. Le sette che si rifanno a tale movimento si ispirano a due principi fondamentali: ogni uomo religioso e puro, anche uno schiavo, può essere eletto califfo, ma, qualora si riveli indegno o incapace, dev’essere deposto e messo a morte; la fede è subordinata alle opere e ogni peccato è un atto di infedeltà: chi lo commette, ad esempio un ribelle alla legittima autorità califfale, va considerato decaduto dalla sua qualità di membro della umma, e, in quanto murtadd (apostata) è lecito ucciderlo. l kharijiti, inoltre, accettano solo l’interpretazione letterale del Corano, e hanno formulato una loro raccolta di leggi e di hadith [N.d.T.].
13 Lett. «il (mese) vuoto», è il secondo mese del calendario islamico, considerato il più infausto del calendario perché nel corso di esso Adamo fu cacciato dall’Eden [N.d.T.].
¹⁴ ‘Izz al-Din ibn al-Athir al-Jazari, Annales du Magreb et de l’Espagne, trad. e note di Edmond Fagnan, Adolphe Jourdan, Algeri 1898 (ripr. anast. GAL, Grand Alger Livres, Alger 2007), pp. 328-329.
¹⁵ Generale sconfitto da Abu Yazid.
¹⁶ Al-Jazari, Annales du Magreb et de l’Espagne cit., p. 330.
¹⁷ lvi, p. 331.
¹⁸ Nel Medioevo servitore addetto alla custodia e alla cura del palafreno (cavallo da sella e non da battaglia, usato per viaggi o parate), dell’equipaggiamento del cavaliere e della sua persona [N.d.T].
19 Évariste Lévi-Provençal, Séville musulmane au début du XIIème siècle. Le traité d’Ibn ‘Andun sur la vie urbaine et les corps de métiers (trad., introd. e note), «Islam d’hier et d’aujourd’hui», vol. 2, Maisonneuve, Paris 1947, p. 110 (edizione on line aJ link: http://classiques.uqac.ca/classiques/levi_provencal_evariste/seville_musulmane_12e/levi_provencal_Ibn_Abdun.doc; Maisonneuve & Larose, Paris 2001; trad. it. di Francesco Gabrieli, Il tratta- to censorio di Ibn ‘Abdun sul buon governo di Siviglia, in «Rendiconti della Classe di Scienze morali, storiche e filologiche della Reale Accademia nazionale dei Lincei», serie VI, vol. ll, fase, 11-12, Roma 1936, pp. 878-935 [N.d.T]).
²⁰ Ivi,p. 112.
²¹ lvi, p. 114.
²² Ivi, p. 123.
²³ lvi, p. 128.
²⁴ Abu Yusuf Ya’qub al-Mansur (1l84-1l98), sovrano almohade della Spagna e del Nord Africa. Gli ebrei e i cristiani sono stati costretti a convertirsi all’islam.
²⁵ ‘Abd al-Wahid al-Marrakushi, Al-mu’jib fi talkhis akhbar ahl al-Maghrib (Histoire des Almohades), trad. di Edmond Fagnan, Adolphe [ourdan, Alge- ri 1893, pp. 264-265.
²⁶ Ibn al-Fuwatr, al-Hawadith ai-jami’a (Storia completa di Baghdad), Mustafa Jawad, Baghdad 1932.
²⁷ Termine del linguaggio giuridico indicante un documento che attesta il diritto di un creditore a esigere un credito www.lef.ch/dottrina/LEF82_agg_2005_02_18.pdf [N.d.T].
²⁸ Ghazi ibn al-Wasiti in Richard James Horatio Gottheil, An Answer lo the Dhimmis and to Those Who Follow Them, «JAOS», n. 41,1921, pp. 439-440.
²⁹ Bar Hebraeus, The Chronographu of Gregory Abu’l Faraj cit., vol. 1, p. 449.
³⁰ Ivi, p. 45l.
³¹ Tur Abdin, tra Mardin e Mossul, nella Jazira, era un centro giacobita.

³² Una nota, presente sia nella traduzione che nell’introduzione del curatore, segnala che in questa data Bar Hebraeus morì e che la sua cronaca fu continuata da qualcun altro.
³³ Si noterà la confusione tra le date greche e arabe.
³⁴ L’espressione, palesemente eufemistica, evoca gli stupri compiyri dai banditi [N.d.T]
³⁵ Bar Hebraeus, The Chronography of Gregory Abu’l Faraj cit., vol. 1, pp. 475-
³⁶ Ivi, pp. 483-484.
³⁷ Funzionario musulmano che persuase il suo signore, l’Il-Khan Ghazan (1295-1304), a convertirsi all’islam, e diede così il via a un’ondata di persecuzioni contro i buddisti e i cristiani [l’Ilkhanato o Il-Khanato era un Khanato mongolo comprendente Persia, Iraq, Afghanistan, Azerbaijan, parte della Siria e del Pakistan, N.d.T.].
³⁸ Allude ai templi buddisti, in particolare alle pagode, la cui originaria funzione – come attesta l’etimologia, che rinvia al persiano butkada (but, idolo, immagine + kada, dimora, tempio) – doveva essere quella di ospitare le immagini sacre, a differenza degli stupa, per lo più destinati a conservare le reliquie [N.d.T].
³⁹ Quest’espressione si incontra spesso in autori greci, armeni e siriaci in riferimento ai musulmani. Ciò è dovuto al fatto che, all’ epoca, l’islam era percepito come una religione portata da popoli stranieri, generalmente nomadi.
⁴⁰ In riferimento agli eventi accaduti dopo la morte dell’Il-Khan Argun (1284-1291) e l’esecuzione del suo visir, l’ebreo Sa’d al-Dawla, Bar Hebraeus scrive: «Non c’è lingua che possa narrare, né penna che possa descrivere le prove e la collera che si abbatterono sugli ebrei in quel periodo». Bar Hebraeus, The Chronography of Gregory Abu’l Faraj cit., voI. 1, p. 491.
⁴¹ Gli abitanti di Ninive, città situata di fronte a Mossul.
⁴² Bar Hebraeus, The Chronography og Gregory Abu’l Faraj cit., vol. 1, pp. 507-
⁴³ Si tratta di al-Malik al-Mu’ayyad Abu Nasr (1412-1421), sultano ma melucco d’Egitto della dinastia Burji [N.d.T].
⁴⁴ Abu al-Mahasin ibn Taghrtbirdi, al-Nuium al-Zahira fi Mulak Misr wa-al-Qahira (Le stelle brillanti nei regni dell’Egitto e di Il Cairo). Extraits relatifs au Maghreb, a cura di Edmond Fagnan, Imprimerie D. Braham, Constantine 1907, «Recueil des notices et,mémoires de la Société archéologique de Constantine», n. 30, 1906, pp. 115-116.
⁴⁵ Ivi, p. 117.
⁴⁶ Muhammad ibn ‘AlI ibn ‘Askar, Dawa al-nasir (L’alba della vittoria), in Georges Vajda, Un traité maghrébin «Adversus judaeos»: Ahkam ahl al-Dhimma du shaykh Muhammad ibn ‘Abd al-Karim al-Maghlili, in Extraits des études d’orientalisme dédiès à la mémoire de Lévi-Provençal, Paris 1962, p. 806.
⁴⁷ Ibn ‘Abd al-Karim al-Maghili, in Ivi, p. 811.
⁴⁸ Al-Adaw; Ahmad al-Dardiir, Fetoua (= Fatwa) [1772), trad. di François- Alphonse Belin, «JA», 4a serie, n. 19, 1852, pp. 107-108.
⁴⁹ Itrasferimenti di popoli furono sempre effettuati su larghissima scala, sia dagli arabi all’epoca delle loro conquiste che dai selgiuchidi, dagli ottomani e dai safavidi. Qui riportiamo alcune testimonianze che attestano come furono vissuti questi traumi. Per le deportazioni dei bizantini da parte dei turchi vedi Speros Vryonis Jr., The Decline of Medieval Hellenism in Asia Minor and the Process of Islamization from the Eleventh through the Fifteenth Century, University of California Press, Berkeley-Los Angeles-London 1971′ (1986); per le comunità ebraiche all’interno dell’Impero ottomano vedi Joseph Hacker, The Surgun System and Jewish Society in the Ottoman Empire during the 15th-17th Centuries, «Zion», n. 55, 1990, pp. 27-82 articolo in lingua ebraica [trad. ingl. in Aron Rodrigue (a cura di), Ottoman and Turkish Jewry- Community and Leadership, Indiana University Turkish Studies Dept., Bloo- mington (USA) 1992, pp. 1-65].
⁵⁰ ll termine amir, successivamente evolutosi in senso politico (cfr. il nostro «emiro»), ha qui il significato originario di «comandante» [N.d.T].
⁵¹ La deportazione degli armeni si inserisce nel quadro dell’annosa disputa persiano-ottomana per il possesso dell’ Armenia, iniziata nella seconda metà del XIV secolo, con l’ascesa degli ottomani nell’ Anatolia centrale e occidentale e nei Balcani, e l’affermarsi in Iran della dinastia dei safavidi. La disputa, culminata, all’inizio del XVII secolo, nel fallito tentativo di cacciare gli ottomani dal territorio armeno da parte di shah Abbas l, che durante il ritiro aveva costretto gli abitanti di Julfa a emigrare a Isfahan, si sarebbe conclusa negli anni 1735-36 con la conquista persiana della Transcaucasia meridionale, inclusa l’Armenia orientale http://www.mekhi-tar.org/ITA/storia6.shtml [N.d.T].
⁵² Titolo persiano indicante un capo politico o militare; qui «comandante» [N.d.T].
⁵³ Arakel di Tabriz. Livre d’histoires in Marie-Félicité Brosset (a cura di), Collection d’hisioriens arméniens: dix ouvrages sur l’histoire de l’Arménie et des pays adjacents du Xème au XIXème siècle, 2 voll., Saint Petersbourg 1874-1876′ (Apa, Amsterdam 19792), vol. 1, pp. 287-295.
⁵⁴ I jelali (turco celali) erano un gruppo di tribù ribelli dell’ Anatolia che diedero vita a una serie di rivolte contro l’Impero ottomano nel XVI e XVII secolo. Il loro nome deriva da quello del predicatore Celal, leader della prima rivolta (1519). Il fenomeno cessò sotto il regno di Murad IV (1612-1640) [N.d.T.].
⁵⁵ Arakel di Tabriz, Livre d’histoires cit., vol. 1, pp. 309-10.
⁵⁶ Uno dei quartieri di Isfahan era abitato da sempre da ebrei, e si chiamava Yehudiyah.
⁵⁷ Secondo il Corano Mosè (Musa) fu un grande uomo, uno dei maggiori profeti che precedettero Maometto, nonché la figura biblica menzionata più di frequente [N.d.T.].
⁵⁸ Antica valuta persiana in oro, del valore di 10.000 dinar. Tuttora in Iran esiste una moneta con questo nome, ma di valore assai inferiore (equivale a 10 riaI) [N.d.T.].
59 Allude alla macellazione rituale degli animali, la cosiddetta shechitah, che dev’essere effettuata secondo regole ben precise. Essa prevede l’uccisione dell’ animale con un solo taglio alla gola eseguito con un coltello affilatissimo, in modo da provocarne l’immediata morte e il completo dissanguamento. Ogni animale non macellato secondo queste regole è automaticamente impuro. http://www.pisaebraica.it/ebraismo/kasherut2.htm [N.d.T.].
⁶⁰ Nel 1661 un editto autorizzò gli ebrei a professare apertamente la loro religione, a condizione che pagassero la jizya e portassero un segno distintivo sugli indumenti.
⁶¹ Arakel di Tabriz, Livre d’histoires cit., vol. 1, pp. 489-496.
⁶² Il kalantar era un alto ufficiale equivalente a un maggiore nell’ esercito persiano, di grado inferiore al khan ma superiore al melik, nobile armeno con funzioni di alto ufficiale ed esattore fiscale in Persia e nell’ Armenia orientale nei secoli XIV-XVlll [N.d.T.].
⁶³ Unità di misura ponderale in uso nel Mediterraneo (Grecia, Palestina) e in Medio Oriente, equivalente a circa 327,45 g. Secondo alcuni è il corrispettivo greco e semitico del latino libra http://www.2iceshs.cyfronet.pl/2iCESHS_Proceedings/Chapter_16/ R-8_Nikolantonakis.pdf; http://www.ancientlibrary.com/smith-dgra/0716.html [N.d.T.].
⁶⁴ Abramo di Creta, Histoire de Nadir-Chah, in Collection d’hisioriens arméniens cit., vol. 2, pp. 278-279.
⁶⁵ Queste procedure – incarcerazione e riscatto dei tributari – sono già state ampiamente menzionate dallo Pseudo-Dionigi di Tell Mahre, da Michele il Siro, dai documenti della geniza [cfr. supra, nota 8] pubblicati da Shlomo Dov Goitein, da autori armeni e stranieri quali D’Arvieux, Tavernier ecc. Esse possono essere considerate come elementi costanti della dhimmitudine.
⁶⁶ Gedaliah di Siemiatycze, Sha’alu Shelom Yerushalaym (Pregate per la pace di Gerusalemme), Berlino 1716 (testo in lingua ebraica), folii 3 a-b.
⁶⁷ Allude alle principali festività religiose ebraiche, nate dalle prescrizioni bibliche risalenti ai tempi di Mosè e specificate in Levitico 23 [N.d.T.].
⁶⁸ Gedaliah di Siemiatycze, Sha’alu Shelom Yerushalaym cit., folio 7 b.
⁶⁹ lvi, folii 8 b-9 a.
⁷⁰ Si tratta del talled (o anche tallit, talit, taled), indumento rituale ebraico la cui origine risale ai tempi della compilazione della Torah: nella sua forma più comune consiste in un telo rettangolare, in genere di lana, seta, lino o cotone, di varia grandezza, più o meno decorato e dotato di frange agli angoli e spesso anche (più corte) su due dei lati [N.d.T.].
⁷¹ Gedaliah di Siemiatycze, Sha’alu Shelom Yerushalaym cit., folii 13 a-b.
⁷² Nel 1730, per evitare rappresaglie, il console di Francia fece togliere dal suo alloggio una tenda di tela verde, colore riservato ai soli «sceriffi- (sharif), ossia i discendenti del Profeta: vedi François Charles-Roux, Les échelles de Syrie et de Palestine au XVIIIe siècle, Geuthner, Paris 1928, p.54.
⁷³ Gedaliah di Siemiatycze, Sha’alu Shelom Yerushalaym cìt., folio 13 b.
⁷⁴ Badr al-Din Muhammad al-Qarafr (1533-1601), autore del trattato di giurisprudenza al-Durar al-nafa’is.
⁷⁵ Abu ‘Ubayd al-Qasirn (morto nell’838), studioso vissuto in Iraq [autore del Kitab al-amwal (Il libro delle entrate fiscali), Ithaca Press, London 2005, N.d.T.].
⁷⁶ Qasim ibn Qutlubugha (1399-1474), insigne erudito egiziano della scuola hanafita.
⁷⁷ Kamalal-Din Muhammad ibn al-Humam (morto nel 1457), giurista egiziano.
⁷⁸ Particolare schema vocalico impiegato per la creazione dei sostantivi dai temi verbali http://www.glottodidattica.net/Articoli/ articolo4_01.pdf [N.d.T.].
⁷⁹ Ahmad ibn ‘Abd al-Mun’im al-Darnanhurr, Iqamat al-huija al-bahira ‘alahadm kana’is Misr wa-I-Qahira, in Moshe Perlmann, Shaykh Damanhuri on the Churches of Cairo (1739), University of California Press, Berkeley 1975,pp. 20-2I.
⁸⁰ Titolo di numerosi libri sulla «struttura sistematica della legge positiva».L’opera citata è forse quella di Ibn Nujaym (morto nel 1562), autore hanafita di testi di questo genere.
⁸¹ Sacerdote e sapiente delle antiche religioni mesopotamico-persiane, in questo caso di quella zoroastriana [N.d.T.].
⁸² Allude alla sunna, la raccolta degli atti e dei detti del Profeta trasmessi negli hadith, la seconda fonte della Legge islamica (shari’a) dopo lo stesso Corano [N.d.T.].
⁸³ Al-Damanhuri in Perlmann, Shaykh Damanhuri on the Churches of Cairo cit., pp. 55-57.
⁸⁴ Lettera di sir James Porter, ambasciatore britannico a Costantinopoli, a sir William Pitt, ministro degli Affari Esteri, Londra, SP (State Papers) 97- 40 (n.p.) l= no page, senza numero di pagina, N.d.T.].
⁸⁵ Capo delle guardie del sultano Mustafa III [N.d.T.].
⁸⁶ Lettera di sir John Murray; ambasciatore britannico a Costantinopoli, a lord Thomas Weymouth, ministro, Londra, SP 97-46, pp. 216-216b.
⁸⁷ Dodicesimo mese del calendario islamico, sacro perché dedicato al compimento dei riti di pellegrinaggio [N.d.T.]
⁸⁸ EugèneFumey, Choix de correspondances marocaines (50 lettres officielles de la cour chérifienne), Maisonneuve, Paris 1903, pp. 14-16.
⁸⁹ Noto anche come Nasr al-Dìn Shah Qajar (pers. Nasisiri al-Din Shah Qajar), fu shah di Persia dal 1848 al 1896 [N.d.T.]. .
⁹⁰ Per un’altra descrizione di questi eventi cfr. Nikolaj Vladimiroviec Khanikoff [Nicolas de Khanikoff], Méched, la Ville Sainie, et san territoire: extraits d’un voyage dans le Khorassan. [1858], «Le Tour du Monde: nouveau journal cles voyages publié sous la direction de M. Édouard Charton et illustré par nos plus célèbres artistes», anno 2°, 2° semestre, Paris 1861, pp. 280-282.
⁹¹ TB sta per Talmud Babilonese e il Baba Bathra («ultimaporta») è uno dei 63 trattati che lo compongono [N.d.T.].
⁹² Mattatia Garji [Gorgi] in Reuven Kashani (a cura di), Qorot ha-Zemanim (Chronique du Judaisme Afghan [du rabbin Matathias Gargi] (ebr.). «Shevet ve- Am», nuova serie, n. 1, Jerusalem 1970, pp. 12-13.