L’islam è un muro che imprigiona le società

Nel’islam lo sforzo più razionale che un musulmano possa compiere é quello dei mutakalimmun, gli esperti della scienza del kalam (teologia dogmatica) e del fiqh, i quali studiano come applicare correttamente ciò che é scritto sul Corano. Essi, a livello esteriore, indicano cosa si può fare e cosa non si può fare in base alla speculazione teologica, dando un ordine esauriente ad ogni ambito della società musulmana.
In tutte le scuole islamiche di diritto l’interesse centrale è per la giustizia e per l’ortoprassi. Le pratiche giuste e quelle sbagliate vengono così fissate nella sharia.

In questo quadro sintetico è essenziale ricordare il ruolo della shahada (testimonianza di fede), che è la prassi essenziale con cui si attesta di sottomettersi ad Allah (islam = sottomissione). Nel preciso istante in cui una persona diventa musulmana si impone i quattro pilastri e l’osservazione della sharia. Per avvicinarsi alla perfezione su questa terra ed al paradiso nell’aldilà gli sarà sufficiente continuare ad avere fede e seguire ciecamente le indicazioni dei sapienti (taqlid).

Uno degli obblighi che ogni musulmano deve rispettare è la Hisbah (“obbligo di sorveglianza”), e consiste nell’impedire che un confratello compia azioni vietate dalla Legge, ovvero si sottragga agli obblighi prescritti dalla sharia. Si tratta dunque del noro obbligo di “comandare il Bene e proibire il Male” che incombe sull’autorità in un paese islamico, attraverso il controllo esercitato dall’autorità magistratuale del Muhtasib, una sorta di polizia dei costumi.

Se a tutto ciò aggiungiamo la negazione del libero arbitrio (come lo conosciamo noi in occidente) il cerchio si chiude, da un muro invalicabile, senza possibilità di uscita, oltre il quale c’è l’apostasia (con conseguenti condanne) ed un’esistenza vissuta nell’errore a prescindere.

Dentro questo confine abbiamo regole arcaiche prescritte nell’Arabia del VII secolo, che riguardano ogni minimo aspetto della vita del fedele: il diritto di successione, come stipulare un contratto e persino come vestirsi, come sedersi, su quale fianco dormire, qual é il modo corretto di lavarsi le parti intime etc… Tutte queste norme sono ritenute sacre e inviolabili, indipendentemente dal tempo e che, se messe in pratica, rendono le società come il deserto arabo, arido e ostile.
Proviamo a pensare alla vita quotidiana di un “buon musulmano”, il quale sa perfettamente cosa deve fare per ogni sua singola azione, ed al quale è vietato rifettere su cosa è giusto e cosa non lo è perché c’è qualcuno che lo ha già decretato al suo posto e lo ha istruito su chi si deve scegliersi per amico e persino che “con la destra devi infilarti le scarpe e con la destra prendere il cibo”.

Con questo tipo di arida casistica giuridica che si pronuncia su ogni caso della vita, viene inevitabilmente – e, oseremmo aggiungere, volontariamente – soffocata la capacità razionale. Ripetere singole norme della sharia e arrovellarsi su possibili mancanze frena la ragione e impedisce l’attenzione verso tutte quelle sfumature che determinano la vita sociale di ogni individuo. La presenza così capillare ed invadente dell’islam nella vita degli individui finisce per frenare ogni tipo di cambiamento sostanziale della società. Gli individui (i musulmani) sono portati a chiudersi tra loro, a ritenere nocivo ciò che è fuori dal “confine islam”. L’esplorazione con la fantasia è vietata. Un comune musulmano che si sforza di capire cosa possa esserci di bello nella lettura di un romanzo di Dostoevskij fa una cosa haram (proibita).

Islam freno al progresso

Islam e democrazia. La paura della modernità, di Fatima Mernissi, pag. 118

E’ per questo motivo che l’islam, in quanto impressionante sistema politico, è stato in grado di immettere la sua impronta su immensi territori di questo pianeta ma allo stesso tempo ha frenato lo sviluppo delle società presenti sul territorio conquistato.

Esistono anche differenti culture nell’islam, ma ciò è dovuto ad una maggiore o minore osservanza e al fatto che la religione viene messa in pratica in maniera differente in posti differenti, non essendoci un’autorità centrale che stabilisca cosa fare. Ciò nonostante, negli aspetti generali le culture islamiche sono praticamente tutte uguali, con differenze secondarie, e tutte accomunate da una notevole arretratezza, anche dove grazie ai “petrodollari” c’è molta ricchezza. Tramite gli ordini e i divieti, il contesto sociale derivante dalle circostanze e dalle usanze, viene conformato alla Legge fissata nel Corano e nella Sunna.
L’islam è legato rigidamente ad una determinata cultura “arabizzante” e ad una precisa organizzazione politica: togli il potere politico all’islam, e distruggi l’islam. Fai una società non teocratica e avrai distrutto l’islam in quelle regioni. Una società laica non è mai esistita nell’islam, al limite è esistito un potere che non trova la sua legittimazione nel Corano, ma comunque prima o poi ha fatto i conti con la società islamizzata, e ha dovuto lasciare tutte le questioni sociali in mano all’islam e alla sua visione del mondo. È chiaro che un potere del genere, per esistere, deve essere dittatoriale.

Insomma, la sopravvivenza dell’islam è legata al predominio di ogni cosa. Solo Allah è il detentore della legge e non esiste alcuna sovranità popolare. Il compito dello Stato (quando c’è uno Stato) sarà esclusivamente quello di applicare il diritto musulmano.
Si capisce bene che una privazione così restrittiva e totale delle libertà e responsabilità della persona non può far altro che frenare la società in tutti i suoi aspetti. Impedire una svolta verso l’uomo come individuo libero significa privare la società di ogni possibilità di avere il suo umanesimo europeo. Nessun Rinascimento come preludio a una svolta verso la civiltà.

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