Che cos’è una moschea?

moschea Ultimamente si è parlato molto di moschee, ma sull’argomento continua a permanere una cappa di genericità e approssimazione. Quando si discute sull’opportunità di costruire una moschea o di concedere terreni a questo scopo, è necessario anzitutto non dare per scontata la conoscenza dell’oggetto della discussione. La moschea non è una “chiesa” musulmana, ma un luogo che nell’islam ha funzioni e norme molto diverse e precise.

La parola tedesca Moschee come quella inglese mosque sono prestiti dal francese mosqée che rimanda attraverso l’italiano “moschea” e lo spagnolo mezquita all’arabo masgid. Nella tradizione araba esistono però due termini per indicare la moschea: masgid e giâmi’. Quest’ultimo vocabolo è il più diffuso nel mondo arabo-islamico.

Il termine masgid, che compare quasi trenta volte nel Corano e precisamente nelle sure medinesi, significa in quel contesto semplicemente “luogo consacrato al culto” e si riferisce perciò a svariati luoghi santi. Se la parola non deriva, come anche l’etiopico mesgad (“chiesa”, “tempio”), dall’aramaico, si fa derivare tuttavia dall’arabo sagada, cioè “prostrarsi” e indica di conseguenza “il luogo del prostrarsi”, dunque il luogo della preghiera”. Alla Mecca, dove prima della emigrazione la preghiera rituale non era chiaramente definita come dovere, i musulmani non possedevano alcun singolo spazio culturale.

La moschea, che in linea di principio è un luogo e non un edificio, serve contemporaneamente:

  • come luogo per la funzione religiosa,
  • come luogo per assemblee politiche, per dibattiti e per il tribunale,
  • come luogo della preghiera personale,
  • infine come luogo per le lezioni teologiche e lo studio.

La moschea è dunque il luogo dove la comunità si raduna, per esaminare tutto ciò che la riguarda: questioni sociali, culturali, politiche, come anche per pregare; tutte le decisioni della comunità si prendono nella moschea. Voler limitare la moschea a “un luogo di preghiera” è fare violenza alla tradizione musulmana. Il venerdì (yawm al-giumu’ah) è il giorno in cui la comunità si raduna (come indica il nome giumu’ah). Si raduna a mezzogiorno per la preghiera pubblica, seguita dalla khutbah, cioè il discorso, che non è una predica. Nella khutbah vengono approfondite la questioni politiche, sociali, morali ecc. Il venerdì non è il giorno in cui non si lavora, come il sabato degli ebrei o la domenica dei cristiani, ma il giorno in cui i musulmani si ritrovano insieme come comunità. Ancora oggi, in Arabia Saudita, il venerdì è un giorno lavorativo; si chiudono i negozi soltanto all’ora del raduno in moschea a mezzogiorno. In molti Paesi musulmani, per esempio in Egitto, che è oggi il più popoloso Paese musulmano arabo, tutte le moschee sono sorvegliate il venerdì e le più importanti sono circondate dalla polizia speciale. Il motivo è semplice: le decisioni politiche partono dalla moschea, durante la khutbah del venerdì. Nella storia musulmana, quasi tutte le rivoluzioni e i sollevamenti popolari sono partiti dalle moschee.

Lo jihâd, cioè “la guerra sul cammino di Dio” (fî sabîl Allâh) che obbliga ogni musulmano a difendere la comunità, è proclamata sempre nella moschea, alla khutbah del venerdì. In alcuni Paesi musulmani, il testo della khutbah dev’essere presentato prima alle autorità civili visto che gli imâm (che presiedono le riunioni della comunità) sono funzionari statali1. È dunque scorretto, parlando della moschea, parlare unicamente di “luogo di culto”. Com’è scorretto, parlando della libertà di costruire moschee, farlo in nome della libertà religiosa, visto che non è semplicemente un luogo religioso, ma una realtà multivalente (religiosa, culturale, sociale, politica ecc.). Non si deve poi dimenticare che il luogo dedicato alla preghiera del venerdì è considerato dai musulmani spazio sacro e rimane per sempre appannaggio della comunità, la quale decide chi ha facoltà di esservi ammesso e chi invece lo profanerebbe. Per questo motivo non si può prestare un terreno per 50 anni, per esempio, per edificarvi una moschea; questo terreno non potrà mai più essere reso.

Esistono spesso, nelle città dei Paesi musulmani, piccoli “luoghi di preghiera”, chiamati di solito musallâ (preghiera), da salât. Sono come “cappelle” che possono contenere circa una cinquantina di persone e che si trovano spesso al pian terreno di una casa, al posto di un appartamento. Questi luoghi, più discreti, sono generalmente utilizzati quasi unicamente per la preghiera del mezzogiorno, permettendo alla gente della strada o degli edifici vicini di pregare in pace. Le moschee hanno normalmente un minareto (manârah), da dove il muezzin (mu’abhdhin) lancia l’appello alla preghiera (adhân).

Il termine minareto proviene dal francese minaret, che a sua volta, attraverso il turco minare(t), deriva dall’arabo manara (faro). Per significare “il luogo dove c’è fuoco (luce)” fu chiaramente preso a modello il faro, come il famoso faro di Alessandria. I minareti hanno una funzione pratica e sono più alti delle case che li circondano. Hanno assunto spesso nella storia una funzione simbolica, di affermazione della presenza musulmana, e talvolta una funzione politica di affermazione della superiorità dell’islàm sulle altre religioni. Il loro scopo essenziale è di permettere alla voce umana di giungere a chi abita vicino. In questo secolo, si sono spesso posti altoparlanti sui minareti (soprattutto se c’è una chiesa vicina o un quartiere cristiano), e i muezzin hanno aggiunto altre cose all’appello alla preghiera (adhân), prolungandolo. Queste innovazioni sono contrarie alla tradizione musulmana (la sunnah) e i Paesi musulmani rigorosi le condannano, come per esempio l’Arabia Saudita, anche se la condanna non cambia le abitudini. In altri Stati, come per esempio l’Egitto, l’uso degli altoparlanti (a tutto volume) è limitato unicamente all’appello (che dura circa 2 minuti) ed è vietato per la preghiera dell’alba (salât alfagr), divieto di fatto non osservato. L’uso dei registratori per l’appello, che si diffonde in molti luoghi, è considerato contrario alla Tradizione.

Infine è necessario chiedersi chi finanzi le moschee e i centri islamici. È risaputo che gran parte delle moschee e dei centri islamici in Europa sono finanziati da Governi musulmani, in particolare da quello dell’Arabia Saudita, che perciò ha il diritto di imporre i suoi imâm. Ora, è ben noto che nel mondo islamico sunnita l’Arabia Saudita rappresenta la tendenza più rigida, detta wahhabita (da ‘Abd al-Wahhâb, 1703-92). Non sono quindi questi imâm che potranno aiutare gli emigrati a inserirsi nella società occidentale, né ad assimilare la modernità, condizioni necessarie per una convivenza serena con gli autoctoni.

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