Nell’Islam l’adozione dei bambini è proibita

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Prima dell’Islam (jahiliyya) l’adozione piena (al-tabanni) di bambini orfani era una pratica diffusa e stimata tra gli arabi. Con l’adozione i popoli pre-islamici tramandavano all’adottato la genealogia e il nome di chi adottava, compresa l’eredità e la proibizione di sposare un consanguineo, anche se acquisito. L’adottato veniva considerato un figlio naturale a tutti gli effetti.

A seguito dell’imbarazzante avvenimento riguardante l’innamoramento di Maometto per la nuora, moglie di  suo figlio adottivo, nonché cugina, l’adozione venne dichiarata illecita. Questa proibizione si fonda su una serie di versetti raggruppati nella sura 33.

Dal versetto 33:4 si evince che per Allah l’adozione é menzognera, allo stesso modo in cui un uomo non può avere due cuori:

Allah non ha posto due cuori nel petto di nessun uomo, né ha fatto vostre madri le spose che paragonate alla schiena delle vostre madri, e neppure ha fatto vostri figli i figli adottivi. Tutte queste non son altro che parole delle vostre bocche; invece Allah dice la verità, è Lui che guida sulla [retta] via. (33:4)

Così il versetto 33:5 raccomanda di designare i bimbi adottati usando il nome dei loro padri (il versetto 33:4 menziona «i vostri figli, i quali sono dei vostri lombi» in opposizione, secondo gli esegeti, ai figli adottivi).

Come detto questi versetti sono collegati a un avvenimento della vita di Maometto, ovvero la sua cotta per la nuora, moglie di suo figlio adottivo Zayd ibn Ḥāriṯah. Questo argomento lo abbiamo affrontato in un articolo ad esso interamente dedicato, del quale ne raccomandiamo la lettura, per capire il motivo poco divino che ha portato al divieto dell’adozione nell’Islam:

La cotta di Maometto per la nuora e i soliti utili versetti

Come vediamo Maometto ha dovuto rendere nulla ogni adozione futura, avendo dovuto annullare la sua adozione dello schiavo Zayd, per permettergli di sposare la moglie di lui, donna di cui il Profeta dell’Islam si era invaghito.

Nel Corano si dice:

“neppure ha fatto vostri figli i figli adottivi.[…] Date loro il nome dei loro padri: ciò è più giusto davanti ad Allah.” (33:4-5)

Quanto detto in questi versetti impone che un nome debba essere trasmesso solo tramite l’affiliazione di sangue. In pratica vieta l’adozione piena, pur permettendo l’adozione semplice. Questo divieto ha per effetto di escludere il bimbo adottato da tutte le prescrizioni legali direttamente o indirettamente connesse alla filiazione legittima (eredità, impedimenti matrimoniali ecc…).
Nell’Islam non è vietata qualsiasi parentela fittizia: non si contesta infatti né la parentela di latte né quella di alleanza, le quali, a differenza della parentela adottiva, erano già escluse dalla successione e dagli altri obblighi indotti dal vincolo di consanguineità.

Ma la proibizione non gira soltanto intorno alla salvaguardia del sistema successorio ecc… Il suo rifiuto è legato anche alla questione del “gruppo tribale”, teorizzato nella ‘asabiyya, e ben radicato nella tradizione araba e quindi islamica. In sintesi, si tratta della solidarietà e della fiducia tra i membri del gruppo fondato sui vincoli di sangue. L’adozione piena sarebbe dunque una minaccia per il gruppo perché introdurrebbe “sangue” straniero e quindi minaccioso. Il rifiuto dell’affiliazione adottiva mira così a proteggere il gruppo, garantendogli una maggiore coesione e fiducia tra i suoi componenti.

I giuristi musulmani hanno cercato di sostituire l’adozione piena con l’istituto della kafala, che consiste nell’affidare un bambino (makfoul) ad una coppia perché lo educhi fino al raggiungimento della maggiore età. Tuttavia il padre adottivo (kafil) non può trasmettergli né il nome né il patrimonio. Quest’istituzione non ha mai riscosso grande successo se non negli ultimi anni, per essere usata al fine di “regalare” la cittadinanza nei paesi occidentali ai figli di parenti o amici cittadini di altre nazioni.

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