Abramo e Ismaele, una presenza strumentale alle origini del pellegrinaggio islamico alla Mecca

Il Corano non insiste più di tanto sulla discendenza abramitica degli arabi con il figlio Ismaele quale capostipite, ma per l’esegesi posteriore divenne di vitale importanza per comprovarne la rivendicazione, ed è questo il motivo per cui nella tradizione musulmana il sacrificio di Isacco è scambiato con il sacrificio di Ismaele.

Secondo Jaqueline Chabbi, Maometto, prima di impegnarsi nella narrazione abramica, invitava i meccani al culto del “Signore del luogo”, cioè della Kaʻba, risiedente in un betilo, dio dell’acqua e potenza vitale che consentiva la vita dei meccani nel deserto (p. 60).
Il Profeta passa di scoperta in scoperta fino al ruolo centrale di Abramo (Ibrāhīm): soltanto a Medina l’Islam diviene abramitico per sempre (p. 202); un abramismo tuttavia “degiudaizzato” a seguito della polemica locale con i Giudei (sura 2), quando essi deridono Maometto che pretende di ritenersi Profeta non essendo Giudeo mentre parla di Abramo, che era Giudeo. La risposta “di Maometto” si trova in Corano 3:67 (la medinese sûra di Imrân) dove l’originale religiosità di Abramo viene portata a quella di Hanīf, quindi né Ebreo né Cristiano, assumendo conseguentemente il ruolo di modello esemplare di devozione invece che di capostipite dei Giudei.

Su questo punto l’evidenza è innegabile: gli aspetti strumentali della figura di Abramo nel Corano sono dovuti ad un lungo percorso interno alle strategie di Maometto, il quale, respinto dai suoi e, non avendo in quel tipo di società alcun termine di riferimento per evocare a sé un’autorità, ebbe necessità di una “garanzia” assunta dall’esterno.

Da qui nel nostro escursus possiamo giungere al ruolo principe di Ismaele, figlio di Abramo ed anello di congiunzione.

Per gli esegeti musulmani si presentava un problema. Come legittimare la dignità araba di una discendenza abramitica?

Ismaele (Ismā‘īl) e Isacco (Išāq) sono, nel Corano, rispetto ad Abramo, due figure secondarie per cui in un primo momento l’origine ismaelita dei meccani non costituì un fattore determinante per la comunità musulmana.

Un’eccezione è costituita dal racconto del sacrificio del figlio d’Abramo (Corano 37:101-111), dove però il Corano non fornisce una descrizione precisa dei fatti.
A causa del fatto che il nome del figlio offerto in sacrificio non viene specificato, inizialmente tra gli esegeti musulmani c’è stata divisione nell’identificare quale figlio dovesse essere sacrificato, se Isacco o Ismaele, entrambi riconosciuti dall’Islam come unici figli, tra quelli di Abramo, ad aver avuto il dono della profezia.

Successivamente tra i due spiccherà Ismaele come l’antenato illustre degli arabi settentrionali, per cui si è affermata una strumentalizzazione politica e ideologica della sua figura al fine di legittimare la discendenza dei musulmani da Abramo e per rinnegare l’esclusività dell’elezione d’Israele e il particolarismo dell’alleanza attraverso Isacco, e questo nonostante la maggior parte degli storici del testo coranico siano concordi nel considerare più antica la menzione d’Isacco come figlio d’Abramo e più recente la comparsa d’Ismaele come antenato degli arabi e confondatore del rituale meccano.

Ismaele Abramo Islam

È così che, con un magistrale colpo di rivisitazione, nella tradizione musulmana viene stabilito che il figlio di Abramo indicato da Dio per il sacrificio non fosse Isacco, l’antenato degli Ebrei, ma Ismaele, l’antenato degli Arabi; il che fa cadere la scelta divina direttamente sulla genealogia del Profeta, comportando infine la dignità degli Arabi tutti.

EPOCHE CONFUSE

Un altro particolare interessante sull’Abramo islamico è l’incongruenza temporale.

La tradizione islamica dice che la Ka’ba, dopo essere stata distrutta dal Diluvio Universale, fu ricostruita a La Mecca da Abramo e da suo figlio Ismaele (Corano 2:125; 3:97; 2:127). Ma questa tradizione è data dagli storici come impossibile*. Che Abramo si sia spinto tanto lontano verso sud, lui che anche secondo il Corano operò in Palestina e la cui tomba secondo la comune interpretazione musulmana si trova in Hebron, è logicamente impossibile.

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*Si veda a titolo di esempio Leone Caetani, Annali dell’Islam, voll. I e II, Milano, 1905 e 1907.

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